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 Economia Riduci

Emigriamo in Tunisia

 

Un’altra delle solite classifiche di fonte “autorevole”: stavolta è il World Economic Forum che ci colloca al 48° posto (su 133 paesi) nella graduatoria della competitività. Meglio di noi si piazzano l’Islanda e il Cile, la Lettonia e la Tunisia, dove, secondo il Rapporto, le popolazioni hanno “migliori opportunità”. Ma c’è poco da ridere: queste castronerie hanno uno scopo

 

(pubblicato su Repubblica.it l’8 sett 2009)

 

Scorrendo la classifica sulla competitività del World Economic Forum (ma anche altre più o meno simili, come ad esempio l’altra annuale della Heritage Foundation) viene da chiedersi che cosa spinga titolati professori e note istituzioni a spingersi così lontano oltre la frontiera del ridicolo. L’Italia, dunque, quarto o quinto esportatore mondiale, risulta al 48° posto. Superata da economie notoriamente fortissime come l’Islanda, al 26° (ha appena fatto bancarotta con la crisi economica), il Cile, 30° (che del resto distacca di ben 26 posizioni il vicino Brasile, che è solo la decima o undicesima economia mondiale), la Repubblica Ceca, la Lettonia e persino la Tunisia (rispettivamente al 31°, 35° e 40° posto). Si potrebbe continuare, ma possono bastare questi esempi.

 

Qualcuno potrebbe replicare che la classifica non riguarda solo l’economia, ma il paese nel suo complesso. Infatti utilizza anche indicatori come la fiducia nei politici, l’efficienza del sistema legale, la qualità dell’istruzione, lo spreco del denaro pubblico. Ma anche così, c’è qualcosa che non torna: non risulta che ci siano forti flussi di emigrazione di italiani verso la Repubblica Ceca o la Tunisia, come dovrebbe avvenire se questi paesi fossero tanto migliori del nostro.

 

Ma comunque è prevalentemente al benessere economico che guarda il Rapporto, definito come “un contributo per migliorare la conoscenza dei fattori chiave che determinano la crescita economica e per spiegare perché alcuni paesi hanno più successo di altri nell’aumentare i livelli di reddito e le opportunità per le loro popolazioni”. Dunque, rassegniamoci: per avere più opportunità bisognerà fare le valigie e andare a stabilirsi in uno dei 47 paesi che ci precedono (tra cui anche Cipro, Puerto Rico e la Polonia: bisognerà spiegarlo ai famosi idraulici polacchi, su cui tanto si è polemizzato all’epoca della direttiva Bolkestein).

 

Perché, dunque, si diffondono queste singolari classifiche? La spiegazione può essere una sola: perché sono un’occasione per esprimere giudizi su una serie di fattori specifici, giudizi formulati in base a teorie – o forse, meglio: ideologie – che costituiscono il cosiddetto “pensiero dominante” in un determinato periodo storico. Un esempio? Le variabili relative al mercato del lavoro. In quasi tutte l’Italia risulta agli ultimi posti, in coda a una serie di paesi dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina che sono noti campioni nella tutela dei diritti di chi lavora. Così, su 133 paesi esaminati, siamo al 123° posto per la collaborazione fra dipendenti e datori di lavoro, al 126° per la flessibilità nella contrattazione salariale, al 128° per le pratiche di assunzione e licenziamento. Lasciamo perdere se si debba contestare o meno la correttezza di queste valutazioni: ciò che interessa è che in classifica di questo genere c’è un implicito giudizio di valore sui rispettivi ordinamenti: meglio Singapore, il Vietnam, la Cina e persino il Botswana piuttosto che il sistema italiano.

 

La grande crisi, da cui ancora il mondo non è uscito, non ha ancora fatto cambiare molti modi di pensare.

 

Vedi anche: Le pagelle di chi ha sbagliato tutto


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