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 Economia Riduci

Euro e petrolio,record "cugini"

Le loro quotazioni vanno sempre più su. Oggi la valuta Ue ha toccato 1,4571 sul dollaro, il greggio i 97 dollari. C'è qualche legame tra i due fenomeni, ma le cause di base sono diverse

(Pubblicato su repubblica.it e kataweb economia il 6 nov 2007)

L’euro a 0,86 per dollaro, il petrolio a 12 dollari a barile: non stiamo parlando di un secolo fa, sono passati solo pochi anni da quando questa era la situazione. Oggi l’euro ha chiuso a 1,4555 sul dollaro (dopo aver toccato 1,4571, massimo di sempre) e il greggio ha toccato a New York un nuovo record a 97 dollari al barile. Insomma l’euro viaggia verso il raddoppio, mentre il barile è aumentato di 8 volte. Ma che è successo?

Un pezzetto di spiegazione del secondo fenomeno sta nel primo: è chiaro che se il dollaro si svaluta (non solo contro l’euro, ma anche rispetto ad altre valute), e il prezzo del barile è espresso in dollari, ci vorranno più dollari per comprare un barile. Ma questo spiega appunto solo in parte l’impennata, perché, come si è visto, l’ampiezza dei due movimenti è ben diversa.

 

La svalutazione del dollaro è la cosa più facile da capire, perché è un fatto che era largamente prevedibile e previsto. Da anni gli Stati Uniti vivono al di sopra delle proprie possibilità, cioè consumano più ricchezza di quanta ne producano. Per farlo si fanno prestare denaro da tutto il resto del mondo, vendendo i loro titoli del debito pubblico (la Cina, in particolare, ne ha acquistati una montagna), ma la loro bilancia commerciale segna un deficit spaventoso, che avrebbe fatto fare a qualsiasi altro paese la fine dell’Argentina. Agli Usa no, perché sono ancora l’economia più forte del mondo e soprattutto perché il dollaro è ancora il re delle monete e tutti lo usano come riserva (anche se a questo punto il primato comincia ad essere insidiato dall’euro). Ma neanche gli Usa possono rinviare il risanamento a tempo indeterminato. E il risanamento, in questi casi, passa per un deprezzamento della moneta che renda più care le importazioni e più facile l’export, in modo da riequilibrare i conti con l’estero. E’ appunto quello che è avvenuto e non è affatto detto che il processo sia concluso. Forse alcuni non lo ricordano, ma negli anni ’90 il dollaro era arrivato a poco più di mille lire. Se dovesse tornare a quel valore, l’euro dovrebbe arrivare quasi a due dollari.

 

Per il petrolio le cause sono più varie e complesse. Quella di base è che ad un certo punto è cominciata una vera e propria corsa dei “Nic” (New industrialized countries, ossia paesi di nuova industrializzazione; ma soprattutto la Cina, l’India e più recentemente il Brasile). Dall’inizio del nuovo secolo, anche se qui in Italia quasi non ce ne siamo accorti, l’economia mondiale è in una fase di travolgente sviluppo, trainato da paesi che avevano “dormito” per decenni o persino secoli e che quasi improvvisamente hanno preso a crescere a tassi annuali a due cifre o quasi (mentre noi consideriamo uno striminzito 2 per cento un grande successo). Crescita tumultuosa significa un altrettanto tumultuoso aumento dell’impiego di energia, cioè del petrolio che serve per produrla. E si sa che quando un bene è fortemente richiesto, questo provoca l’aumento del prezzo.

 

Una seconda componente sono i venti di guerra, o, se non proprio guerre, le tensioni internazionali (tutti ricorderanno lo scontro fra Russia e Ucraina che ci ha fatto temere di rimanere al freddo). In parte perché possono togliere dal mercato una parte della produzione: in Iraq per esempio, con la situazione che c’è, certo non si produce al massimo delle potenzialità. E in parte perché fanno temere altre riduzioni. Una delle più recenti impennate dei prezzi è stata dovuta alle tensioni fra Turchia e Iraq, dopo la minaccia della prima di mandare l’esercito nello Stato confinante a caccia dei guerriglieri curdi del Pkk.

 

E poi c’è una terza componente, il cui peso non è facilmente determinabile in modo preciso, ma è sicuramente molto sensibile: la speculazione. La maggior parte delle transazioni finanziarie che ha teoricamente per oggetto le materie prime non è fatta da persone che vogliono effettivamente acquistare un certo quantitativo di petrolio (o di oro, platino, zucchero, soia…) per usarlo a scopi industriali, ma da finanzieri il cui unico interesse è acquistare a un certo prezzo e rivendere a un prezzo più alto. Il che cosa non ha la minima importanza: materie prime (o meglio, certificati che ne rappresentano teoricamente una certa quantità), azioni, obbligazioni, mutui cartolarizzati o qualsiasi altra cosa scambiabile. Gli speculatori fiutano i settori dove ci sono tensioni, vi si gettano e amplificano il movimento che da quelle tensioni sarebbe derivato. Lo amplificano spesso – se non sempre – in modo esagerato, creando le famose “bolle” (quella delle azioni della cosiddetta “new economy”, per esempio, resterà nella storia). Il gioco è sempre lo stesso: si sa che a un certo punto la corda si spezzerà, ma ognuno scommette sul fatto che non sarà lui a restare con il cerino acceso in mano, ma sarà stato così abile da averlo appena passato a qualcun altro.

E’ un fatto che oggi il petrolio quota enormemente di più del suo costo industriale.

 

Che è, ovviamente, molto diverso a seconda di dove si produce. In Arabia Saudita o negli Emirati, per esempio, una ragazza che camminasse nel deserto con i tacchi a spillo rischierebbe di far uscire zampilli di greggio dalla sabbia: là il costo di estrazione è minimo, sotto i 5 dollari al barile. Ben diverso è tirarlo fuori dai mari gelati del Canada, con piattaforme costose e sofisticati sistemi di estrazione. Ma al massimo, dicono gli esperti, si arriva a 40-45 dollari.

 

Anche sulla rilevazione dei prezzi ci sarebbe da ridire (ed è strano che quasi nessuno dica niente). Il prezzo di riferimento si fa su una qualità di greggio che rappresenta meno del 4% del totale, con pochi grandi operatori chiusi in una stanza che all’uscita comunicano a voce gli accordi raggiunti. Alla faccia della trasparenza…

 

Al momento, quasi tutti gli enti di ricerca e le istituzioni internazionali, dall’Agenzia internazionale per l’energia, a Citigroup, al Fondo monetario, concordano che i prezzi resteranno alti anche nel prossimo futuro. E’ probabile, ma non è certo. Se la speculazione arrivasse a spezzare la corda, ci potrebbe essere un rimbalzo in negativo. Neanche questo è da escludere.

 


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