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 Politica Riduci

Il Berlusgate e la privacy di Nixon

 

Un piccolo confronto fra il caso della telefonata di Berlusconi e il Watergate: gli americani costrinsero un presidente a dimettersi, da noi importanti politici, anche del centro sinistra, non discutono del tentativo di corrompere i senatori, ma della privacy del Cavaliere

 

(pubblicato su Eguaglianza & libertà il 3 gen 2008)

 

Nel 1972 una guardia notturna dell’albergo Watergate sorprese cinque uomini che si erano introdotti clandestinamente nei locali del Comitato per la raccolta fondi per il Partito democratico. Si scoprì che due di questi uomini erano collegati in modo diretto al presidente in carica Richard Nixon e ulteriori indagini, condotte anche dai mitici giornalisti del Washington Post Bob Woodward e Carl Bernstein, resero evidente il coinvolgimento diretto del presidente nello spionaggio ai danni degli avversari politici e in altre pratiche illegali.

 

Il magistrato che indagava sulla vicenda, lo special prosecutor Archibald Cox, venne a sapere che esisteva un sistema di registrazione di tutto quanto si diceva nello “studio ovale” e chiese immediatamente di ascoltare quei nastri, con l’appoggio del Senato americano. Nixon rifiutò, sostenendo che in quanto capo dell’esecutivo aveva il diritto di sottrarsi e ordinò di licenziare Cox. Ma per ottenerlo dovette licenziare prima il Procuratore generale e poi il suo vice. Poco dopo pronunciava in un convegno la famosa frase “Non sono un imbroglione”. Da allora gli rimase appiccicato il nomignolo  "Tricky Dick", cioè, appunto, "Dick l'imbroglione".

 

Nonostante il licenziamento di Cox le indagini proseguirono e, dopo varie peripezie, fu la stessa Corte suprema che, all’unanimità,  impose a Nixon di consegnare i nastri. La storia è ancora lunga e complicata, ma basta ricordare come andò a finire: Nixon fu costretto a dimettersi. In altre parole, fu cacciato.

 

In Italia, nel nostro piccolo, il 2007 si è chiuso con un caso che presenta qualche analogia con il Watergate e che perciò chiameremo Berlusgate. In questo caso c’è un politico di primo piano, che è stato presidente del Consiglio ed ora è il maggior leader dell’opposizione, accusato di aver commesso atti illegali. Qui c’è una prima differenza: non si tratta di “semplice” spionaggio, come (almeno all’inizio) nel caso di Nixon, ma addirittura di un tentativo di corruzione di alcuni senatori allo scopo di rovesciare la maggioranza parlamentare. La notizia criminis non è stata ottenuta spiando illegalmente il personaggio in questione, ma per il fatto che il suddetto ha telefonato a un dirigente Rai che, essendo a sua volta indagato, aveva l’apparecchio sotto controllo. Nella conversazione Berlusconi ha caldeggiato l’impiego di una giovane attrice, specificando egli stesso che gli era stato chiesto da un senatore al quale stava tentando di far cambiare schieramento. In altra occasione ha detto che di senatori, a questo scopo, ne ha contattati otto o nove.

 

E qui si arriva alla differenza più grande con quello che accadde negli Stati Uniti. Da noi non si discute dell’enorme gravità del fatto in questione, no: si discute se sia stata violata la privacy di Berlusconi. Che lo dica il medesimo certo non stupisce, cerca di difendersi come può; che appoggino compatti questa singolare tesi i leader del pur litigioso schieramento di centro destra, già desta una notevole sorpresa: un politico serio non copre un reato, nemmeno se è coinvolto un personaggio del suo schieramento; ma che esponenti più o meno autorevoli del centro sinistra, come il presidente della Camera Fausto Bertinotti, il senatore Nicola Latorre (vicecapogruppo democratico) e altri, parlino in questo caso di “garantismo” e di “uso politico delle intercettazioni”, beh, questo lascia francamente esterrefatti. Di fronte alla possibilità di verificare se fosse stato commesso un reato, la Corte suprema americana della privacy di Nixon se n’è fatta un baffo. Qui siamo di fronte a un reo (involontariamente) confesso, e discettiamo di “uso politico delle intercettazioni”?

 

Viene in mente il famoso proverbio: “Quando il dito indica la luna, lo stolto guarda il dito”. Ma in questo caso non ci sono stolti.

 

L’audio della telefonata Berlusconi-Saccà

 


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