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 Economia Riduci

Petrolio, un record che non è un record

 

A New York è salito ancora di un cent a 100,10 dollari al barile ritoccando il record nominale del 3 gennaio. Ma se si considerano l'effetto dell'inflazione e le variazioni dei cambi si scopre che non siamo ancora ai livelli toccati nel '79 e nell'80-82

 

(Pubblicato su repubblica.it e kataweb il 19 febbraio 2008)

 

Che un barile di petrolio sia arrivato a costare 100 dollari non può non impressionare, soprattutto se si ricorda che ai tempi della prima crisi petrolifera, che ci mise in ginocchio, il prezzo che allora ci sembrava spaventoso era intorno ai 13 dollari (dai poco più di 3 pre-crisi). In economia, però, a volte le cose sono un po’ diverse da come sembrano. Quei 13 dollari di allora non sono confrontabili con i 100 di oggi se non si fanno un po’ di conteggi, proprio come non sarebbe confrontabile una busta paga di allora con una di oggi se non si guardasse al valore reale, e non solo a quello nominale.

 

Qual è la differenza tra i due? La differenza è l’inflazione che si è cumulata in tutto questo periodo, e ha fatto cambiare i numeri tanto del petrolio che delle buste paga: per trovare il valore reale bisogna, appunto, depurare i numeri dall’aumento dei prezzi.

 

Per il petrolio, poi, c’è un’altra complicazione, perché il prezzo è espresso in dollari, ma i nostri conti sono in euro (e in lire prima dell’euro). Bisogna perciò considerare anche la variazione del cambio tra queste monete.

 

Per fare questi conteggi abbiamo chiesto aiuto a Luca Mezzomo del servizio studi di Intesa – San Paolo. Il tipo di petrolio considerato è stato il Brent crude. Quello che è arrivato a 100 è il West Texas intermediate, ma non fa molta differenza, dato che il Brent è arrivato a 98,70. I prezzi sono stati aggiustati per il cambio (prima quello della lira e, da quando esiste, quello dell’euro) e deflazionati con l’inflazione italiana. I risultati forse per qualcuno saranno una sorpresa: mentre la quotazione media del Brent a gennaio è stata di 96,2 dollari, il prezzo reale, in euro 2007 e tenuto conto dei fattori di correzione, è di 65,2 euro. Nel 2002 il prezzo reale in euro e quello in dollari erano quasi identici, 28,7 e 28,8 rispettivamente.  Il diavolo, insomma, è per metà meno brutto di quello che appare: l’impennata c’è stata, ma in dollari è di tre volte e mezza, in euro è “solo” poco più del doppio.

 

Ma non è tutto, perché c’è un altro fatto da considerare. Le crisi petrolifere, i cosiddetti oil shock, sono state finora quattro. La prima nel ’73, con la guerra del Kippur; la seconda nel ’79-81, con la rivoluzione iraniana e la guerra Iran-Iraq; la terza nel ’90-91, con l’invasione del Kuwait e la guerra del Golfo; la quarta è quella attuale.

 

Ebbene, il prezzo di oggi, in termini reali, non ha toccato affatto un “record storico”, e anzi ne è ancora piuttosto al di sotto: il record fu toccato nell’agosto del 1981 con una quotazione (sempre in euro 2007) di 78,7 euro. I 65 euro (cioè il prezzo reale attuale) furono superati nell’ottobre dell’80 e il prezzo rimase al di sopra di questo livello fino al novembre dell’82: poco più di due anni, dunque. I 65 euro erano comunque stati superati già nel ’79 (a novembre ci fu un picco a 72).

Livelli così alti non furono più raggiunti, neanche nel corso della terza crisi, durante la quale il greggio arrivò a sfiorare i 40 dollari. Poi il prezzo iniziò una lunga discesa, che lo portò ad un minimo, nel dicembre ’98, che oggi ci sembra incredibile: appena 9,6 dollari.

 

Tutto questo significa che non dobbiamo preoccuparci? Certamente no. Sappiamo ormai bene che il petrolio, oltre che inquinante, è una risorsa limitata, e tra un certo numero di anni comincerà a scarseggiare. Sul quando i pareri sono molto discordi, e variano fra il 2015 (praticamente domani) e il 2050. Record o non record, dunque, non c’è da perder tempo per affrontare il problema. Però è anche bene affrontarlo senza lasciarsi prendere dalle psicosi, su cui c’è sempre qualcuno che conta per guadagnarci sopra più del dovuto.


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