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 Finanza Riduci

Attacco alle banche

le unghie della speculazione

 

Mentre per i casi esteri gli istituti che crollavano in Borsa erano effettivamente in difficoltà non sembra che esistano motivi del genere per le banche italiane, Unicredit e Intesa SanPaolo

 

(pubblicato su Repubblica.it il 1 ott 2008)

 

Unicredit, la più grande banca italiana insieme a Intesa SanPaolo, che non riesce a fare prezzo in Borsa dopo essere scesa ai minimi da 11 anni a questa parte. Poi, d’improvviso, riprendono gli scambi e sale di oltre il 7%, mentre circolano voci su un interesse del Banco Santander, il più grande istituto spagnolo. Ma è successa anche un’altra cosa, nel frattempo: la Consob ha vietato del tutto le vendite allo scoperto, quelle che si fanno senza possedere i titoli, per deprimere la quotazione e poi comprare a prezzo più basso.

 

La tempesta si è abbattuta anche sulle banche italiane (neanche Intesa ha evitato l’onta della sospensione al ribasso), ma, al momento, non se ne vedono i motivi se non quelli riconducibili alla pura attività speculativa. Nelle banche italiane non esistono rischi che non siano stati comunicati al mercato, ha osservato il presidente del Consiglio di gestione di Intesa, Enrico Salza. “Abbiamo una vigilanza che sa essere al fianco degli attori del sistema. Credo francamente che vi sia un eccesso di preoccupazione, comprensibile, ma pur sempre un eccesso. Siamo più virtuosi di tanti altri, anche se nessuno è del tutto immune" dalle conseguenze di una crisi finanziaria di tale portata.

 

I crolli che hanno colpito le banche negli altri paesi, come si è visto, in quasi tutti i casi erano motivati: i “bersagli” sono stati o aiutati dai rispettivi governi (praticamente nazionalizzati) o acquisiti da altre banche (per lo più, sempre con l’aiuto dei governi) o, in qualche caso, addirittura falliti. Per la maggior parte di essi l’attività di concessione di mutui costituiva una parte preponderante o comunque rilevante dell’attività, e quindi sono stati colpiti in pieno dalla bufera partita dall’America. Il problema che li ha messi in ginocchio è che non riuscivano più a finanziarsi sul mercato interbancario, già bloccato di suo, ma certo assolutamente indisponibile verso chi è molto esposto nel settore mutui.

 

Nessuna di queste condizioni, a quanto si sa, si verifica nel caso di Unicredit (e nemmeno di Intesa e delle altre banche quotate). Non a caso ieri l’amministratore delegato Alessandro Profumo ha dichiarato che la banca produce tanta liquidità di suo da poter fare anche a meno del mercato interbancario. Eppure, questo non ha evitato che diventasse anch’essa un bersaglio della speculazione. Certamente anche grazie al fatto che finora erano consentite le vendite allo scoperto con il meccanismo del prestito titoli, e questo ha indubbiamente danneggiato le banche quotate con più azioni diffuse sul mercato e più scambiate, come sono appunto le nostre due maggiori. E comunque gli speculatori contano sempre sull’”effetto valanga”: se un titolo scende a precipizio, molti si spaventeranno e venderanno a loro volta, facendo così il loro gioco.

 

Il presidente del Consiglio è intervenuto affermando: "Non consentirò attacchi speculativi sulle nostre banche e non accetterò che i cittadini perdano neanche un euro dei loro depositi". Cosa, quest’ultima, per la quale lo strumento esiste già, ed è il Fondo interbancario di tutela dei depositi (vedi l’articolo sull’argomento). E’ seguita una nota dello stesso tono del ministero dell’Economia (vedi), un fatto di cui non si ricordano precedenti. Insomma, i depositanti dovrebbero poter restare tranquilli. Gli azionisti un po’ meno (come è giusto: non a caso le azioni si chiamano “capitale di rischio”), ma, non essendoci a quanto si sa nessun vero motivo per questi crolli, si può sperare che l’ondata speculativa passi senza lasciarsi dietro troppe rovine.


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