venerdì 21 giugno 2019 ..:: Flessibilità per cosa ::..   Login
 Politica economica Riduci

Flessibilità per cosa?
Il governo sta pensando a una nuova riduzione del cuneo fiscale, una scelta che si inserirebbe in una logica di politica economica sbagliata da vari punti di vista. Non è puntando sulla riduzione del costo del lavoro, sulla distribuzione di pochi soldi che dovrebbero alimentare i consumi e sulle scarse e mal impiegate risorse concesse dalle regole europee che si supera la stagnazione

(pubblicato su Repubblica.it il 1 mar 2016)

Ogni ipotesi di riduzione delle tasse dovrebbe essere una buona notizia in un paese dove - per chi le paga - hanno raggiunto livelli esagerati rispetto a quel che offrono in cambio. E invece il piano del governo per tagliare 3 punti percentuali alle imprese e altrettanti ai lavoratori, riducendo il cosiddetto "cuneo fiscale", non spinge a fare salti di gioia chi ha una visione diversa delle strategie che sarebbero opportune per mettere fine a una stagnazione che assomiglia sempre più a un'agonia.

Tralasciamo per ora un'analisi del meccanismo del provvedimento, dato che non è ancora definito. Si può notare di sfuggita che dalla parte del datore di lavoro corrisponderebbe a una minore tassazione sui profitti; dalla parte del lavoratore, se i tre punti si togliessero dai contributi, a una riduzione della pensione futura e a un aumento delle imposte, visto che i contributi non sono tassati e la busta paga sì; e se invece si scegliesse l'opzione di destinarli alla previdenza integrativa si avrebbe comunque  un aumento di tasse, anche se meno sfavorevole (perché il versamento fino 5.164,57 euro annui è esente, ma poi il Fondo è tassato) e una sostituzione di previdenza pubblica con quella privata.

Ma quello che appare più criticabile è la logica del provvedimento, che è peraltro coerente (purtroppo) con la logica degli altri provvedimenti presi finora, dagli 80 euro all'abolizione della Tasi, al bonus di 500 euro per i diciottenni e via elencando. Tranne quest'ultimo, si tratta di riduzioni permanenti di entrate. E non  va bene? No che non va bene, per due motivi. Il primo è che ci sono i vincoli di bilancio imposti dalle norme europee. Renzi dichiara di volerli rispettare, e di fatto l'Italia è tra i pochi paesi quasi del tutto in regola con quelle prescrizioni (il "quasi" è dovuto alla pervicacia della Commissione nell'applicare metodologie di calcolo giudicate inattendibili dai suoi stessi esperti, che l'Italia ha contestato ma senza risultato). Ma questo significa che, per far tornare i conti, quelle entrate perdute bisogna recuperarle in qualche altro modo, o tagliando la spesa (e in parte si è fatto, come vediamo dai servizi sempre più insufficienti, da università e ricerca ridotte alla fame, da investimenti pubblici ai minimi storici, dal lento ma costante soffocamento del servizio sanitario nazionale); oppure aumentando le tasse da qualche altra parte (e anche questo si è fatto, visto che il valore complessivo del prelievo non è diminuito). In più resta la spada di Damocle delle "clausole di salvaguardia", cioè aumenti che scatteranno automaticamente su Iva e accise se non si riuscirà a provvedere altrimenti.  Sono più di 15 miliardi l'anno prossimo e quasi 20 nel 2018, mica bruscolini. Per cifre del genere non c'è "flessibilità" che tenga.

E dunque se si vuole continuare a fare altri tagli permanenti di entrate bisognerà trovarne altre sostitutive o tagliare altrettante spese. Chissà, forse si introdurrà il famoso "universalismo selettivo", un altro ossimoro che serve ad indicare l'intenzione di finire di smontare il sistema di protezione sociale come era stato pensato in Europa per trasformarlo in uno all'americana, dove il welfare è mirato solo ad alcune categorie di poveri. Un altro modo per continuare a ridurre il perimetro delle attività dello Stato e privatizzare quelli che una volta erano considerati servizi pubblici.

Spese da tagliare ce ne sarebbero, per carità. Le consulenze, per esempio, che nell'ultimo anno hanno avuto un'impennata del 60% a 1,2 miliardi e servono prevalentemente a far guadagnare un po' di soldi (o in qualche caso tanti) ad amici e amici di amici. O le retribuzioni dei consiglieri regionali che, come è stato calcolato, se fossero tutte parificate a quelle della Lombardia (dove non risulta che debbano rivoltare i cappotti) farebbero risparmiare 600 milioni. E così via, secondo i criteri di una spending review molto proclamata e poco o nulla attuata.

E qui arriviamo al secondo motivo, che è anche più sostanziale. Tra le cose che sembrerebbero teoricamente acclarate, ma che poi non vengono praticate, c'è il fatto che, in una fase di stagnazione, tagliare spesa e tasse non aiuta la ripresa (tagliare solo la spesa è ancora peggio). Qui, in realtà, non si sta facendo nessuna delle due cose - si tratta soprattutto di redistribuzione tra ceti e categorie - ma i tagli alla spesa sono inferiori a quello che si distribuisce o si promette di distribuire, il che significa che si aumenta il deficit pubblico. Embè?, dirà chi segue questo blog. Non è quello che stai scrivendo da anni? Dovresti essere contento. E invece no, non sono contento. A parte il fatto che il deficit aumenta ma non quanto sarebbe necessario perché possa avere effetti sulla ripresa (il saldo primario resta positivo), visto che si continua a volere la benedizione di Bruxelles e dunque si resta nei limiti della "flessibilità" che ci concedono, ossia quattro soldi. Ma, detto questo,  il modesto aumento del deficit non viene usato nel modo giusto.

Si stanno facendo essenzialmente due cose. Una è mettere qualche soldo in tasca ad un certo numero di persone, sperando che li spendano e che sia l'aumento dei consumi a dare avvio alla ripresa. E già questo non funziona: quei soldi sono troppo pochi, anche perché con una mano si danno e con l'altra se ne toglie almeno una parte (a chi li ha avuti, cioè non tutti), riducendo i servizi o aumentandone il costo. Per di più, visto il clima di incertezza, quei pochi soldi non vengono spesi neanche tutti, riducendo ancora il loro effetto: il che ormai si dovrebbe esser visto chiaramente.

L'altra cosa è ridurre il cuneo fiscale, cosa che si è fatta con le agevolazioni alle assunzioni e di cui ora viene annunciata una seconda fase, quella dei sei punti in meno. Si scrive "ridurre il cuneo fiscale", ma si deve leggere "ridurre il costo del lavoro". Ancora una volta: cosa c'è che non va bene? Se si riduce il costo del lavoro migliora il famoso Clup (costo del lavoro per unità di prodotto) che è una delle misure della competitività, e che è quello che da anni è fermo o peggiora. Già, ma si trascura un fattore non secondario: il nostro costo del lavoro (cuneo compreso, quindi) non è affatto alto rispetto ai paesi comparabili. Gli ultimi dati Eurostat (2014) ci collocano all'11° posto in Europa e sotto la media della zona euro. Certo, se poi confrontiamo i nostri 28,3 euro all'ora con i 3,8 della Bulgaria e i 4,6 della Romania sembra troppo, ma in Germania un'ora costa 31,4 euro, e questo non le impedisce di detenere il record del mondo per surplus della bilancia commerciale. Perché il Clup dipende da due fattori, e il costo del lavoro è solo uno dei due: l'altro è la produttività, ed è appunto quella il nostro problema. Il Clup va male perché è la produttività che va male, ormai da un ventennio.

Il costo del lavoro in Europa

E perché allora si continua ad agire sul costo del lavoro? Perché è più facile, specie se c'è la volontà politica di agire in quella direzione. Si tiene alta la disoccupazione e si facilita la possibilità di licenziare, così a chi lavora non vengono grilli per la testa di chiedere aumenti, e magari si fa anche in modo di indebolire i sindacati. E se non basta c'è sempre la minaccia (spesso realizzata) di delocalizzare, andare a produrre in quei paesi dove il lavoro costa poco (ma anche la vita). La produttività invece è più difficile farla aumentare con la politica: per quella ci vuole di essere bravi imprenditori, investire, innovare, rischiare: e, a quanto pare, in Italia questa è merce rara. Che diventa ancora più rara se - appunto - si fa di tutto per far scendere i salari, cercando di riguadagnare lì quello che si perde perché c'è qualcuno più bravo a fare impresa. In questo modo si toglie l'incentivo a inventarsi qualcosa di meglio.

Il guaio è che è una strada doppiamente perdente. Sul piano micro, perché così si resta su produzioni con poca tecnologia e poco valore aggiunto, e su quelle prima o poi arriva la concorrenza di quei paesi dove il costo del lavoro è tanto basso quanto da noi non potrà mai arrivare. E sul piano macro perché i salari significano consumi, capacità di spesa, possibilità di assorbire quello che le aziende producono, che certo non si può vendere tutto all'estero. Insomma, è la via al sottosviluppo. O al declino, per usare un termine più di moda.

Ricapitoliamo. Stiamo facendo una politica economica né carne né pesce, che toglie alcune tasse e ne aumenta altre, che riduce il welfare ma non taglia la spesa, che chiede flessibilità (insufficiente) all'Europa ma non ne contesta le regole, che usa male le modeste risorse che ritaglia qua e là, che cerca di stimolare la ripresa senza riuscirci (perché è sia sbagliato il metodo che insufficienti gli stimoli).  Le poche risorse a disposizione dovrebbero essere usate per investimenti pubblici, scegliendo i settori innovativi e quelli che hanno meno bisogno di importare prodotti intermedi per crescere. Se poi si volesse davvero riprendere a crescere bisognerebbe infischiarsene delle regole europee e fare investimenti in deficit. Il deficit è qualcosa che va usato a due condizioni: che serva a fare investimenti (e non per la spesa corrente o a distribuire mance) e che sia in funzione anticongiunturale. E' solo pompando più risorse nel paese che le aziende riprenderanno ad investire, generando - allora sì - l'inversione del ciclo. Solo a ripresa consolidata verrà il momento di risistemare i conti pubblici, che altrimenti continueranno a peggiorare - com'è successo finora - nonostante i tagli. E in un contesto del genere il nostro costo del lavoro non sarebbe più visto come un problema.

Certo, si tratta non di cambiare mentalità, ma di rovesciare quella corrente. Quella per cui sull'altare delle (stupide) regole di bilancio si fanno fallire le imprese ( e se poi questo si riflette sulle sofferenze delle banche, vogliamo sorprenderci?); per cui lo Stato non deve intervenire nell'economia, ma solo agevolare imprenditori e consumatori, che poi ci pensa la "mano invisibile"; per cui la fiducia si costruisce a suon di dichiarazioni e di tweet, e pazienza se la realtà è un'altra, e quella fiducia è il solo carburante che scatena gli spiriti imprenditoriali. Si tratterebbe di prendere atto che siamo nell'ottavo anno in cui quelle ricette sono state applicate, e dalla crisi non si riesce a venir fuori. Intanto la Germania preme per nuove regole che ci affosseranno definitivamente. Sarebbe davvero il caso di fare una #svoltabuona.


Syndicate   Stampa   
Copyright (c) 2000-2006   Condizioni d'Uso  Dichiarazione per la Privacy
DotNetNuke® is copyright 2002-2019 by DotNetNuke Corporation