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 Cronache

Giustizia è sfatta

Il modo con cui la Cassazione ha annullato il processo a Cesare Previti è vergognoso. Dato che così è inevitabile che scatti la prescrizione, solo l’aver rilevato gravi vizi di procedura avrebbe giustificato una decisione del genere

(1 dic 2006)

Non c’è bisogno di aspettare le motivazioni con cui la Cassazione ha annullato la condanna di Cesare Previti (per corruzione di magistrati) nel processo Sme. Non c’è bisogno di aspettare per affermare che questa è una giustizia ingiusta, anzi vergognosa. La Cassazione si è trincerata dietro un presunto vizio formale (l’attribuzione a Milano del processo invece che a Roma, cioè a Perugia, dove ci si sposta se sono coinvolti magistrati della capitale) ben sapendo che in questo modo sarà inevitabile la prescrizione dei reati: in pratica, un’assoluzione senza giudizio nel merito.

 

previtiW.gifMa i giudizi di merito c’erano già stati, e si erano risolti, sia in primo grado che in appello, con una condanna per Previti e i suoi sodali (Silvio Berlusconi, il mandante, ne era uscito come altre volte grazie alle acrobazie tra i cavilli). Ora, se la Cassazione avesse rilevato gravi vizi di legittimità nello svolgimento del processo, l’annullamento avrebbe avuto lo stesso un pessimo sapore, ma si sarebbe dovuto inghiottire senza troppe recriminazioni. Anche il peggiore dei delinquenti ha diritto di essere processato secondo le regole. Invece no: il processo sarà pure stato fatto in modo perfetto, ha detto in pratica la Cassazione, ma si doveva farlo da un’altra parte.

 

In un caso come questo, magistrati dotati di un comune senso del pudore avrebbero dovuto fare il seguente ragionamento: sul un piatto della bilancia c’è un dubbio sulla corretta attribuzione della sede processuale; sull’altro il sostanziale proscioglimento di imputati giudicati colpevoli già in due gradi di giudizio, in processi in cui non abbiamo rilevato nulla di irregolare. Dove deve pendere la bilancia? Ebbene, non l’hanno certo fatta pendere dalla parte della giustizia.

 

Tanto più che anche sul vizio di attribuzione c’è da dire. Sulla stessa questione, sollevata più volte dai difensori degli imputati, la stessa Cassazione si era già pronunciata e altrettante volte aveva stabilito che era corretto che il processo si svolgesse a Milano. E ora, dopo undici anni, cambia idea? Non può non tornare in mente Corrado Carnevale, che fu soprannominato “l’ammazzasentenze” perché annullava tutti i processi di mafia, magari per un lieve ritardo in una notifica a un avvocato. Ed è difficile scacciare la fastidiosa idea che se l’imputato si fosse chiamato invece Mario Rossi la decisione sarebbe stata un’altra.

 

“Meglio cento colpevoli in libertà che un innocente in galera”, recita un vecchio detto. Siamo d’accordo. Ma qui, dov’era l’innocente?

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