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 Kavoro Riduci

Il “Decreto dignità”
ha funzionato

A un anno dall’entrata in vigore del provvedimento l’occupazione non è diminuita, mentre si sono ridotti i contratti a termine e sono aumentati quelli a tempo indeterminato: proprio quello che ci si proponeva. Una smentita per chi profetizzava che questa modesta riduzione della flessibilità del lavoro avrebbe prodotto disastri

(pubblicato su Repubblica.it - 8 nov 2019)

Nel luglio dello scorso anno l’emanazione del “Decreto dignità” da parte del ministro Luigi Di Maio scatenò un profluvio di polemiche. Il decreto, come si ricorderà, introduceva un prudentissimo limite all’utilizzo dei contratti a termine, stabilendo che una durata superiore ai 12 mesi dovesse essere motivata e potesse essere al massimo di altri 12 mesi, mentre prima si poteva arrivare a 36 mesi senza motivazioni. Lo scopo era quello di frenare la precarietà dilagante, favorendo la trasformazione in contratti a tempo indeterminato.

Per la prima volta da 21 anni (cioè dai tempi del “pacchetto Treu” del 1997) si prendeva un provvedimento che non andava nel senso di aumentare la “flessibilità” del mercato del lavoro. E infatti, nonostante la modestia della svolta, subito si sollevò un vespaio di polemiche (nelle quali si distinse l’allora presidente dell’Inps Tito Boeri) e di previsioni catastrofiche sull’imminente perdita del lavoro di migliaia di giovani, vaticinando che – piuttosto che assumerli a tempo indeterminato – sarebbero stati mandati a spasso.

A un anno dall’entrata in vigore di quel decreto (che avvenne il 1° ottobre 2018) si può fare un primo bilancio dei suoi effetti e verificare se quelle fosche previsioni si siano realizzate. Gli ultimi dati Istat si riferiscono al secondo trimestre di quest’anno, e mostrano un aumento degli occupati di 78.000 unità sull’anno, nonostante una congiuntura economica assai poco favorevole.

Occupati e disoccupati

Non sembra dunque che il decreto abbia avuto effetti negativi sull’occupazione. Certo, si può sempre dire che altrimenti gli occupati sarebbero aumentati ancora di più, ma è un’ipotesi che vale esattamente quanto il suo contrario. E’ più ragionevole sostenere che le leggi, almeno entro certi limiti, non creano né distruggono posti di lavoro, ma influiscono sulle sue condizioni.

Ma un effetto quel decreto lo ha avuto, ed è stato illustrato dall’attuale presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, nell’intervento di qualche giorno fa per l’inaugurazione del corso di laurea magistrale in mercato del lavoro a Economia di Roma 3, organizzata come ogni anno dal centro studi Astril presieduto da Sebastiano Fadda. Tridico ha mostrato un grafico che non lascia adito a dubbi.

Occupati a tempo determinato e indeterminato

Come si vede, dall’entrata in vigore del decreto i contratti a tempo determinato hanno segnato una forte diminuzione, ma più che bilanciata dall’aumento di quelli a tempo indeterminato, nei quali sono stati trasformati (come mostrano le barre verdi).

Non è difficile trarne delle conclusioni. La normativa precedente permetteva un utilizzo dei contratti a tempo determinato oltre le effettive necessità delle imprese. Imprese che avevano bisogno di quei lavoratori, che altrimenti non avrebbero assunto nemmeno in modo temporaneo. E infatti, venuta meno quella possibilità, li hanno assunti a tempo indeterminato. Tanto più che dopo il Jobs Act, per i nuovi assunti, c’è praticamente libertà di licenziamento. E perché, dunque, le imprese preferivano comunque tenere il più possibile i lavoratori nella precarietà? Perché uno che è tenuto sulla corda non dirà mai di no a qualsiasi richiesta, e si farà sempre in quattro sperando di raggiungere l’agognato traguardo del contratto definitivo. Una questione di potere, insomma.

Tridico è giustamente orgoglioso di questo risultato, di cui è stato tra i principali artefici in qualità di consigliere di Di Maio prima di diventare presidente dell’Inps. Non si può dargli torto, perché, al di là del limitato ambito di azione del decreto, quanto è accaduto smentisce una delle affermazioni del pensiero dominante che più sono state date per scontate come verità indiscutibili, ossia che la massima flessibilità nell’impiego del lavoro sia una condizione indispensabile per far crescere l’occupazione. Un’altra di quelle pessime idee che hanno prodotto pessime politiche.


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