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 Politica Riduci

La zuffa grottesca
sul decreto-lavoro
Le modifiche apportate dalla commissione Lavoro della Camera sono praticamente irrilevanti e non cambiano un pessimo provvedimento che farà aumentare la precarietà per dare un contentino agli imprenditori e ridurre ancora le retribuzioni, ma hanno dato l’occasione ad Alfano di sollevare un polverone per dare la caccia ai voti di destra

(pubblicato su Repubblica.it il 26 apr 2014)

I politici mentono spesso (alcuni sempre), travisano la realtà, proclamano un certo scopo mentre ne stanno perseguendo un altro. Certo, non tutti, ma quelli che si comportano diversamente sono rari come le mosche bianche e negli ultimi anni più che di rarità si dovrebbe forse parlare di eccezione. Così non bisogna meravigliarsi della finta baruffa attorno al decreto sul lavoro temporaneo, su cui Renzi è arrivato addirittura a porre la fiducia per farlo approvare.

Lo stesso contenuto del decreto è un esempio di questa schizofrenia fra le dichiarazioni e i fatti, perché contraddice sia il programma in materia di lavoro annunciato dal presidente del Consiglio, sia le motivazioni addotte per proporlo, cioè di facilitare l’occupazione dei giovani. E’ l’ennesima misura che favorisce il precariato e la riduzione delle retribuzioni, ossia quello che la nostra miope lobby imprenditoriale non si stanca mai di chiedere.

Angelino AlfanoMa il limite del grottesco è stato superato con le impuntature di Scelta civica e soprattutto Ncd di Alfano per le modifiche apportate al testo originario dalla commissione Lavoro della Camera. A sentire le dichiarazioni degli esponenti di quei partiti si sarebbe potuto pensare che il testo fosse stato rivoltato come un calzino e che quello alla fine approvato sia stato qualcosa di profondamente diverso dal decreto originario. Ebbene, non è affatto così: le modifiche sono state praticamente irrilevanti, come ha scritto persino Giuliano Cazzola. Cazzola non è certo di sinistra: è stato senatore con Berlusconi, poi è passato a Scelta civica e infine nell’Ncd. Ed è uno che di questo problemi se ne intende, perché nella sua vita precedente era un sindacalista della Cgil.

E allora, perché Alfano ha promesso battaglia al prossimo passaggio in Senato, minacciando di non votare il provvedimento? Ma è semplice: le elezioni si avvicinano, l’Ncd ha un disperato bisogno di pescare i voti in libera uscita da Forza Italia e teme che il suo appoggio a un governo a guida Pd – e caratterizzato dalla figura del leader di quel partito – lo metta fuori gioco. Quindi ha bisogno di far vedere quanto è di destra e che è in grado di fare la voce grossa e condizionare il governo. Contestare da destra quel decreto era davvero una missione impossibile, ma per sua fortuna i residui della sinistra Pd, che pure hanno bisogno di provare la loro esistenza in vita, hanno ottenuto qualche modifica marginale, dandogli così l’occasione di gridare allo scandalo.

E’ davvero uno scandalo aver ridotto da 8 a 5 il numero di proroghe possibili, senza però toccare la durata complessiva di ben 36 mesi? O aver reintrodotto l’obbligo della formazione pubblica per gli apprendisti (ma semplificata, per carità), quando si sa bene che senza quest’obbligo il provvedimento sarebbe stato censurato dall’Unione europea, che consente i pesanti sgravi fiscali e contributivi solo perché, appunto, questo viene fatto passare come un periodo di formazione? Una formazione, detto per inciso, che dura tre anni: il tempo di una laurea, durante il quale gli apprendisti saranno pagati un terzo (il 35 per cento) della retribuzione del livello contrattuale di inquadramento. O aver ripristinato la norma che prevede l’obbligo di assunzione se si supera la quota del 20% di apprendisti, invece di cavarsela con una semplice multa che non avrebbe spaventato nessuno?

Piccoli ritocchi, insomma, e in parte obbligati come quello sulla formazione. Eppure c’è chi, come Maurizio Ferrera sul Corriere della Sera, arriva a definire “molto peggiorato” il decreto. Ferrera, un professore di Scienza della politica, ripete la litania sulla necessità di “ammortizzatori sociali universali” e “politiche attive per il re-impiego” in modo da poter avere la massima flessibilità del lavoro (ovvero: libertà completa di licenziamento). Il che potrebbe essere una strada accettabile, se non fosse sempre applicata la politica dei due tempi: prima la flessibilità completa, poi le misure di sostegno. Solo che sul primo tempo sono anni che si va avanti, mentre il secondo non arriva mai. Nel frattempo si accumulano studi sui danni dell’eccesso di flessibilità: danni non solo per la vita delle persone, dettaglio che ormai sembra diventato irrilevante, ma anche per la struttura dell’economia e lo sviluppo delle imprese. La Scienza della politica forse di questi studi non se ne occupa.

Il provvedimento, dunque, ora passa al Senato. Come andrà a finire? Azzardiamo una previsione: ci sarà battaglia, quel tanto che serve per arrivare alle elezioni a cui manca meno di un mese. Passate le elezioni passerà anche il decreto, più o meno com’è adesso. L’ennesima misura che non solo non “cambia verso”, ma persiste in quello sbagliato.


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