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 Politica economica Riduci

La Bce pensa ai salari
invece che alla finanza
Il Bollettino afferma esplicitamente che i salari sono già scesi, ma non abbastanza, e solo questo può far ridurre la disoccupazione. La Banca centrale insiste dunque su una ricetta bocciata da un gran numero di autorevoli economisti e soprattutto dai fatti. Non sembra preoccuparsi, invece, delle riforme proprie dei suoi compiti, quelle per il controllo della finanza
 
(pubblicato su Repubblica.it il 12 lug 2012)
 
La Bce ora sollecita esplicitamente un’accelerazione di quello che era implicito nella politica europea di austerità: una ulteriore riduzione dei salari. Se n’era già parlato su queste pagine (L’obiettivo indicibile) a proposito della riforma italiana del mercato del lavoro, e ora il Bollettino dell’istituto di Francoforte chiarisce brutalmente, per chi ancora fingesse di non aver capito, a che cosa serve la famosa “flessibilità” che tanto viene invocata. A una migliore allocazione della forza lavoro? Magari anche, ma la Bce insiste soprattutto sulla “necessità di ulteriori riforme che favoriscano la flessibilità dei salari”, che sono già scesi, ma non abbastanza. Solo questo, dice la Banca centrale, può favorire la riduzione della disoccupazione.
 
Hanno voglia fior di Premi Nobel per l’economia, primi fra tutti Jo Stiglitz e Paul Krugman, a sgolarsi ripetendo che questa politica alimenta un circolo vizioso: riduzione dei redditi-meno consumi-meno produzione-aumento della recessione-aumento della disoccupazione. Quella politica può funzionare quando i problemi riguardano un solo paese o un numero limitato di paesi, mentre gli altri vanno bene: la riduzione dei costi favorisce l’export del paese in questione e questo dà all’economia la spinta per ripartire. Ma quando quasi tutti vanno male o stanno rallentando, come ora, si alimenta solo la spirale al ribasso.
 
I consumi, ormai dappertutto, sono una componente essenziale della crescita del Pil. Diamo un’occhiata a una tabellina recentemente diffusa dall’Ocse sull’andamento dei principali paesi nell’ultimo trimestre 2011 e il primo 2012. Si noterà una notevole corrispondenza tra consumi e Pil, tanto più che la spesa pubblica è quasi ovunque ferma o in contrazione per gli assestamenti di bilancio e gli investimenti vedono un generalizzato segno meno, a riprova del fatto che le imprese se non vedono crescita non si muovono. Intanto le previsioni continuano a peggiorare mese dopo mese.
 
 
 
Interessanti, nella tabella, i dati sull’Italia: abbiamo il dato record sulla recessione e insieme il dato migliore, alla pari con la Germania, per saldo della bilancia commerciale. L’Istat ci ha appena detto che deriva da un crollo dell’import e questo riduce la soddisfazione per l’exploit. Ma è pur vero che le nostre esportazioni vanno bene, e il loro livello ha superato quello che avevamo raggiunto prima dello scoppio della crisi. Non così la produzione industriale, che è sotto di quasi il 20% rispetto ad allora. Che significa? Che a trascinarci in basso è la domanda interna, e dunque lavorano solo le imprese che esportano mentre quelle che vendono sul mercato interno sono in crisi nera. E infatti l’altro record che la tabella ci attribuisce è quello della maggiore contrazione dei consumi privati. Vogliamo farli scendere ancora di più?
 
Colpisce, nelle esternazioni della Bce, che l’insistenza su una “riforma che destruttura” (il mercato del lavoro) non sia almeno pari a quella sulle “riforme di struttura” necessarie nel settore responsabile della crisi, quello della finanza. Gli Stati Uniti, pur se faticosamente, stanno avanzando nell’attuazione della riforma Dodd-Frank che, più che definire limiti precisi, ha demandato alle autorità di controllo il compito di elaborare una serie di misure per esercitare una maggiore vigilanza sui mercati. Due giorni fa la Cftc, l’Authority per i derivati, ha varato una decisione che permetterà in breve di rendere trasparenti le contrattazioni sugli swap e, quindi, di controllare i Cds, i famigerati Credit default swap (le assicurazioni contro i fallimenti di Stati e aziende) che sono uno degli strumenti preferiti per le scorrerie della speculazione. Notizie in proposito dalla Bce? Se ce ne sono, non sono state propagandate, ma pare che non ci sia nulla di nuovo su questo fronte. Eppure sarebbe questo, assai più che il mercato del lavoro, il campo in cui la Banca centrale dovrebbe esercitare le sue analisi e prendere decisioni. Al mercato del lavoro già ci pensano i governi. Al controllo della finanza, se non la Bce, chi ci deve pensare?
 

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