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Fra trascendenza e ragione
breve storia dell’etica

La riflessione intorno ai principi che devono guidare le azioni dell’uomo è uno dei problemi fondamentali della storia del pensiero. Da sempre a scontrarsi sono due filoni, variamente interpretati: uno è quello che cerca questi principi in una fonte esterna e superiore, l’altro quello che ritiene invece che nascano sulle terra


(Pubblicato su Summa il 20 giu 2003)

“Etica” è oggi un termine molto usato sia come sostantivo che come aggettivo (per esempio “etica laica”, o “etica dell’impresa”, ma anche “impresa etica”, “finanza etica”, “codice etico” e così via). Tutti sanno più o meno che cosa significa, forse sono un po’ meno quelli che sono coscienti del fatto che questa parola indica uno dei due o tre problemi fondamentali di tutta la storia del pensiero.

Il termine è stato introdotto nel linguaggio filosofico da Aristotele e deriva da una parola greca che significa “comportamento, costume”. E’ la riflessione intorno al comportamento pratico dell’uomo, ai principi che lo devono guidare e al problema di dove trarre questi principi.

Proprio su quest’ultimo punto fin dalla nascita della discussione sono esistiti due filoni opposti e inconciliabili. Uno ritiene che questi principi derivino da una fonte trascendente (gli dei, la religione, l’universale di Socrate o l’imperativo assoluto kantiano, per esempio). L’altro che cerca invece sulla terra le basi sulle quali costruire, fin da quando i Sofisti dimostrarono che la Verità con la “V” maiuscola è un’illusione.

E’ evidente la radicale differenza tra queste due posizioni. Se l’etica deriva da una fonte superiore all’uomo, il problema è di cercare di capire come da questa fonte si possa trarre una guida al comportamento che non sia soggetta ad opinioni e che non è suscettibile di cambiamenti. Se invece l’etica è posta dall’uomo, l’uomo la può anche cambiare, è lui che decide, anche forzando ciò che sembrerebbe “naturale”. E’ l’uomo che fa la legge, non la riceve da qualcun altro, che sia sul monte Sinai o individuabile con complesse costruzioni del pensiero.

Tra queste due correnti sempre in lotta si muove tutta la storia della filosofia, con contaminazione reciproche anche di grande rilievo. Socrate, per esempio, pur appartenendo alla prima corrente, si può definire in qualche modo “terreno”. Il suo concetto centrale è che chi conosce il bene lo fa; chi si comporta diversamente, non lo fa perché è “cattivo” o perché sceglie un’altra strada, ma per ignoranza di che cosa è il vero bene. L’Idea di Platone è invece – e deve essere – del tutto avulsa dal mondo, regno della fallacia, e la perfezione consiste nella contemplazione delle Idee.

Ma che cos’è che spinge i filosofi ad occuparsi di trovare le regole del comportamento umano? Il bisogno di cercare la verità, la necessità della speculazione intellettuale, certo. Ma anche le trasformazioni sociali, i punti di discontinuità nella storia. Quando un sistema di vita entra in crisi, vacilla anche il sistema di valori condivisi che esso aveva costituito, e si fa più urgente la ricerca di nuovi parametri. Socrate e i sofisti, i primi a porre in modo sistematico la questione, vivono appunto in una società in trasformazione, dove una nuova classe dirigente che trae il suo potere soprattutto dal commercio si sta sostituendo alla nobiltà per diritto di nascita fatta soprattutto di proprietari terrieri.

I Sofisti sono l’espressione di questa società in movimento: niente principi immutabili, l’etica è un complesso di regole che deve far funzionare al meglio la società. Sono i primi relativisti.

Aristotele, invece, non lo sarà. Scenderà dall’Iperuranio, ma si appellerà alla natura umana, alle regole che appartengono “naturalmente” all’essere umano.

Ma come esser certi dell’esistenza di queste regole e della loro corretta interpretazione, se non con quello che potremmo alla fine definire un “atto di fede”? Si può fondare l’etica sulla natura, ma la natura non è più facilmente conoscibile del “vero bene”. Molti altri saranno i filosofi che sceglieranno di fondare l’etica sulla natura, infatti, ma con soluzioni e risultati diversi.

Persino l’etica cristiana, del resto, che pure ha un Dio come prima istanza da cui derivare le sue basi, quando va al di là delle grandi prescrizioni generali (“amatevi l’un l’altro come fratelli, perdonate, siate perfetti com’è perfetto Dio”) varia notevolmente nello spazio e nel tempo, e per un periodo non breve risolverà molte dispute etico-teologiche affidando al rogo la parola definitiva.

I problemi dell’etica si intrecciano con quelli del diritto, a cui spetta fissare in norme pratiche i modi di comportamento considerati giusti e desiderabili. La problematica del “diritto naturale”, cioè – ancora una volta – derivante dalla natura, attraversa tutta l’età moderna. Ma il problema non cambia: la natura è diversa a seconda di chi la osserva. Se per gli edonisti il bene è quanto dà piacere, molti secoli dopo per il giurista olandese Ugo Grozio (Hugo de Groot, intorno al 1600) la natura è al di sopra di tutte le leggi positive e detta principi indipendenti anche da Dio, che sono essenzialmente: l’astenersi dalle cose altrui, la restituzione dei beni altrui e del lucro da essi derivato, l’obbligo di mantenere le promesse, il risarcimento del danno arrecato per colpa propria e il poter essere soggetti a pene tra gli uomini. Thomas Hobbes affermerà invece che la natura detta soprattutto l’impulso all’autoconservazione, che determina i comportamenti dell’uomo e lo rende homini lupus, ostile agli altri uomini che potrebbero costituire un limite a quell’impulso. Solo il calcolo razionale del vantaggio e della sicurezza lo induce ad imporsi il “contratto sociale”. Ma anche qui ci troviamo di fronte a una petizione di principio indimostrabile.

Un passo avanti sarà l’empirismo, che cercherà invece di trarre deduzioni da ciò che accade realmente. Locke partirà dai concetti di piacere e dolore, Hume da una ricerca sul significato che la società dava a termini come “buono” o “giusto”. Ma con Kant questo processo si blocca per tornare, da un certo punto di vista, addirittura a Socrate. Perché è vero che Kant sposta il problema dall’opposizione natura-società al rapporto dell’etica con la storia, imprimendo una svolta che segna in pratica l’inizio della riflessione moderna, ma è anche vero che secondo il grande folosofo tedesco l’atto morale è “prima” della storia, non può essere da essa condizionato. Ancora una volta un “a priori”, cioè un atto di fede.

Quelli che verranno dopo di lui (Lessing, Schiller, Fichte, Hegel, per citarne alcuni) vedranno invece questo rapporto – tra etica e storia – come uno sviluppo, una marcia verso il progresso. I Positivisti metteranno l’accento sulla società industriale e l’elaborazione dell’etica parte dall’appartenenza del singolo ad essa.

Intorno alla metà dell’ottocento tre pensatori tedeschi sottoporranno a una dura critica il concetto stesso di etica com’è stato inteso fino ad allora. Max Stirner attaccherà radicalmente l’etica liberale, mostrando che chi rifiutava che alla base dell’etica ci fossero i valori religiosi altro non faceva che sostituirvi un altro tipo di religione, quella dell’Uomo, senza quindi molta differenza. Quasi contemporaneamente Karl Marx e Friedrich Engels partono da Hegel e lo rovesciano, la dialettica hegeliana dello Spirito diventa materialismo dialettico: i rapporti tra gli uomini derivano dagli interessi economici e da come sono organizzati i rapporti di produzione, in sostanza sono rapporti di potere. La morale borghese, le leggi, l’organizzazione dello Stato, non sono altro che “sovrastrutture” utili a sostenere e giustificare il dominio di una classe sull’altra: l’etica non è altro che ideologia, la religione “oppio dei popoli”.

E’ la fine della “sacralità” dell’etica, a cui contribuirà anche Freud cercando nel profondo di motivazioni al di là della coscienza la chiave dei comportamenti degli individui. Poco prima Friedrick Nietzsche (che aveva letto Stirner, come affermò egli stesso) nella Genealogia della morale ridurrà l’etica di derivazione religiosa a un fatto negativo, una reazione dei dominati ai valori vitalistici della classe dominante, di cui i sacerdoti si sono appropriati a scopo di potere.

I pensatori più vicini a noi utilizzeranno strumenti concettuali che una volta erano riservati agli studiosi delle scienze naturali, e a nessuno viene più in mente di porre principi assoluti alla base di costruzioni sistemiche. Resta, naturalmente, l’etica fondata sulle religioni – anche quella, peraltro, influenzata  dallo scorrere della storia e dal cambiamento dei costumi – ma in questo caso non fa problema che all’origine vi sia un atto di fede, anzi, è proprio ciò che viene rivendicato.

Ma è possibile un’etica “laica” e nonostante questo accettabile e accettata?

Ovviamente sì. Dell’etica in quanto guida al comportamento degli individui, dei gruppi e delle strutture della società (come le imprese, per esempio) non si potrà mai fare a meno. Un’etica laica non sarà mai un’etica assoluta, dovrà riconoscere che alla sua base vi sono dei principi che non sono “dati”, ma sono stati scelti, quindi possono variare a seconda dell’evoluzione della società (del resto, è esattamente quello che è accaduto anche quando si presumeva che l’etica dovesse derivare da una qualche verità assoluta). Non per questo le sue regole sono meno stringenti, anzi. L’etica laica pone l’uomo di fronte alle sue responsabilità e lascia a lui giudicare della sua coerenza.


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