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 Politica

Casini a caccia di leadership 

Lo ‘strappo’ del leader dell’Udc non sembra una mossa tattica, quanto piuttosto l’inizio di una strategia per conquistare dall’esterno quell’investitura che, altrimenti, difficilmente il centro destra gli darebbe

(pubblicato su Eguaglianza & Libertà il 7 dic 2006)

Lo "strappo" di Pier Ferdinando Casini ("La Cdl è finita") non ha l'aria di una mossa tattica, quanto piuttosto dell'inizio di una strategia di lungo periodo. Non è senza significato che sia arrivato proprio dopo la manifestazione di Piazza San Giovanni, con un Berlusconi rilanciato dalla pasticciata Finanziaria del centro sinistra e corroborato dal bagno di folla. Sebbene del tutto trascurabile rispetto a qualsiasi fine pratico, la manifestazione avrebbe dovuto servire soprattutto come prova di forza all'interno del centro destra, restituendo un po' di smalto a una leadership che ha perso credito all'interno e all'esterno.

Però, come notava Ernesto Galli Della Loggia sul Corriere della sera, San Giovanni era sì piena del "popolo" di destra, ma disertata da qualsiasi figura rappresentativa della società civile, fossero rappresentanti di categorie o personalità "fiancheggiatrici" o persino attori e cantanti. Se vogliamo ripescare il vecchio concetto di "egemonia", ebbene, Berlusconi ha dimostrato di non esercitarne neanche un briciolo.

Nel frattempo la Finanziaria, per poco attraente che sia, sta marciando in Parlamento e l'ipotesi della "spallata" si fa sempre più remota e inconsistente. Inutile, a questo punto, continuare a sperare in un repentino rovesciamento del governo con nuove elezioni a breve scadenza. E per le prossime elezioni il problema più importante del centro destra è quello della leadership, aperto da almeno un anno ma senza che vi siano stati sviluppi di rilievo.

Casini ha probabilmente maturato la convinzione che, dall'interno della coalizione, sarebbe stato per lui molto difficile, se non impossibile, conquistare l'investitura. Ammesso e non concesso che Berlusconi accettasse di farsi da parte, vuoi perché, a meno di disastri catastrofici del centro sinistra, sarebbe dura convincere la maggioranza degli elettori che governerebbe meglio di quanto abbia fatto in passato; vuoi per i 75 anni che avrà alla prossima tornata elettorale, anche ammesso un suo passo indietro, dicevamo, non sarebbe il leader dell'Udc il favorito per la successione. Avrebbe più chances un uomo del Cavaliere, come Giulio Tremonti, se si puntasse a un berlusconismo senza Berlusconi; o, in seconda battuta, Gianfranco Fini, che è a capo del secondo partito della coalizione (grosso quasi il doppio dell'Udc) e che non ha fatto la fronda come l'ex presidente della Camera.

Insomma, per dirla in termini finanziari, l'operazione non potrebbe riuscire con un management buy in, un'acquisizione dall'interno: meglio uscire e tentare, al momento opportuno, un'Opa su Forza Italia.

Una strategia incompatibile con le ipotesi di "grande centro", a meno che non fosse un "centro" rigidamente chiuso a sinistra, persino ai Ds, il che appare francamente poco probabile. Se è vera questa interpretazione, Casini starà all'opposizione (la "sua" opposizione, marcando differenze rispetto al resto del centro destra) ma senza alcun avvicinamento amichevole all'altro schieramento (persino qualche "aiutino" parlamentare, che non è escluso, avrebbe un fine utilitaristico, per non far precipitare la situazione prima che i tempi siano maturi, e non un significato politico). In questa ottica, appaiono del tutto inutili le avances di Mastella, buone solo a creare scompiglio a sinistra.

In tutto questo, però, rimane una incognita non da poco: la riforma del sistema elettorale, che comunque si farà, o per via parlamentare a per referendum. Qui si aprirebbero molti altri discorsi e altri scenari. Ci limitiamo a una sola osservazione: se passasse la proposta referendaria, che conferisce il premio di maggioranza al partito più grosso, per Casini non sarebbe una buona cosa.


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