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 Politica economica Riduci

Chi ha paura del governo tecnico?
L'ipotesi di un governo tecnico in caso di vittoria del NO al referendum viene agitata come uno spauracchio, come se comportasse necessariamente una politica reazionaria. Invece un esecutivo serio non dovrebbe far altro che applicare i suggerimenti dell'Ocse, che di certo rivoluzionaria non è: "Usare il bilancio per stimolare la crescita e ridurre le diseguaglianze", invece di sprecare risorse come ha fatto Renzi

(pubblicato su Repubblica.it il 28 nov 2016) 

" C'è il rischio del governo tecnico, solo il Sì può scongiurarlo", ha detto Matteo Renzi proseguendo nella sua asfissiante campagna pro-riforma costituzionale. "Governo tecnico", che significa? E perché sarebbe un rischio?

Il "governo tecnico" si associa all'idea di emergenza, di un esecutivo sostenuto in vari modi (chi con il voto favorevole, chi con l'astensione) da forze politiche diverse che non si accordano tra loro per costituire una "normale" maggioranza e così affidano a qualcuno diverso-da-loro il compito di fare "quello che è necessario". E di norma le misure rtenute necessarie sono quelle impopolari, "lacrime e sangue", per le quali così i partiti si scaricano della responsabilità: "Noi non avremmo voluto, ma i tecnici lo ritengono indispensabile".  E così, dire "C'è il rischio di un governo tecnico" equivale alla minaccia di certe mamme di fronte a pargoli recalciti: "Se non mangi la minestra arriva l'Uomo Nero e ti si porta via!".

Naturalmente tutto questo, tranne che in rare ed eccezionali situazioni, non è altro che una dimostrazione di enorme ipocrisia. Non è perché si permette ad altri di fare quello che non si ha il coraggio di fare che ci si può scaricare della responsabilità politica di quanto accade. Non solo: in questo modo si dà ragione alle peggiori teorie economico-politiche, quelle che affermano che i governi politici non agiscono per il bene del paese che guidano, ma solo per assicurarsi il consenso che permetta loro di perpetuare il loro potere. Per questo ci vogliono i tecnici, che non devono preoccuparsi del consenso visto che non devono farsi eleggere. Con tanti saluti alla democrazia, che dunque - in quest'ottica - sarebbe un sistema fallimentare più o meno come quello dei soviet.

Ma un governo tecnico deve per forza fare cose "cattive", stangare i cittadini senza pietà? Azzerare il welfare, tagliare ancora le pensioni e gli stipendi pubblici, ridurre ancor di più il costo del lavoro? Un momento, un momento: non confondiamo un governo tecnico con un governo reazionario. Mettiamo che, al posto del governo Renzi - che si è comportato esattamente come dicono quelle teorie: ha buttato via i soldi per comprare il consenso - ci fosse stato un governo di quei tecnici dell'Ocse che hanno appena diffuso il Global economic outlook. E mettiamo che avessero usato le stesse risorse di Renzi: mica poche, 50 miliardi nel periodo 2014-17, secondo il Rapporto sulla finanza pubblica del Mulino (dieci dei quali coperti da aumenti di imposte). Siamo al 3% abbondante del Pil.

Che cosa avrebbero fatto questi tecnici, se si fossero comportati secondo quello che scrivono nel loro studio? Avrebbero destinato quei 50 miliardi non a distribuire mance alle imprese (soprattutto) e a questa o quella categoria, dagli 80 euro ai vari bonus a diciottenni, insegnanti, neomamme e via elencando; ma ad investimenti pubblici. In questo modo, afferma lo studio, il Pil sarebbe cresciuto tra lo 0,29 e lo 0,49% in più all'anno e fino al 2% nel lungo periodo. Senza che il rapporto debito/Pil crescesse, grazie all'aumento del denominatore. Questo investendo uno 0,5% di Pil all'anno: con la cifra spesa dal governo Renzi si sarebbe andati avanti per sei anni. "I responsabili dell’azione pubblica hanno un’occasione unica per azionare in modo più forte le leve di bilancio per stimolare la crescita e ridurre le diseguaglianze, senza compromettere i livelli di indebitamento. Ci appelliamo a loro affinché lo facciano", ha detto il segretario generale Angel Gurria.

Ecco, per avere un governo tecnico che facesse questo ci metteremmo subito la firma. E se votare NO al referendum può favorire questa soluzione, beh, si possono prendere due piccioni con una fava. Si boccia una pessima riforma. E dopo, Gurria for president. Magari!


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