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 Politica economica Riduci

L’uomo di marmo
che ci dà la pagella

Colloquio con Marco Buti, che guida la Direzione generale Affari economici della Commissione Ue che sta per rendere noto il nuovo giudizio sull’Italia. Nessun dubbio da parte sua sulla validità della metodologia con cui si esaminano i nostri conti pubblici, e per la disoccupazione una sola ricetta: riforma del mercato del lavoro

(pubblicato su Repubblica.it il 1 giu 2014)

Marco Buti, lei ha avuto l’onore di un attacco personale dalla stampa tedesca, quando la sua Direzione ha invitato la Germania ad assumere decisioni per riequilibrare l’eccessivo surplus dei conti con l’estero, come prevede l’accordo europeo sugli squilibri macroeconomici.

Marco ButiSorride. “Niente di straordinario, prenderci questi attacchi fa parte del gioco”. Buti è direttore generale delle Direzione per gli Affari economici e finanziari, quella del commissario Olli Rehn che dà le “pagelle” ai conti degli Stati e che domani diffonderà il giudizio sull’Italia. Ha partecipato all’Assemblea della Banca d’Italia e all’uscita lo aggancio per cercare di capire che aria tira. L’ultima “pagella” non è stata buona per l’Italia, messa fra i tre paesi con “squilibri eccessivi”, un giudizio più severo di quello sulla Spagna, con richiesta di ulteriori correzioni per i conti pubblici. Un giudizio che è stato accolto con non poche polemiche, perché è frutto di una procedura tecnica più che discutibile. Basterebbe cambiare la stima di una variabile, quella della “disoccupazione strutturale”, e i nostri conti risulterebbero non solo non più in deficit, ma addirittura in avanzo. 

Continuerete a chiedere all’Italia una ulteriore correzione dei conti pubblici? I vostri conti si basano su una stima della disoccupazione strutturale palesemente assurda, circa l’11%.

“Sulla stima della disoccupazione strutturale c’era stato qualche problema con la Spagna, ma non con l’Italia. Quella cifra è sostanzialmente corretta, è proprio tutta disoccupazione strutturale, o quasi. Quella congiunturale potrà essere al massimo un 2%”.

Ma come può dire una cosa del genere? Secondo lei se scendiamo sotto quell’11% si generano pressioni inflazionistiche?

“Non immediatamente quando inizia la ripresa, ma nel medio termine sì. Ma in prospettiva, man mano che la disoccupazione effettiva si riduce, anche quella cifra migliora”.

Ma la ripresa non arriverà mai e la disoccupazione effettiva non si ridurrà se continuiamo a dover fare una politica di bilancio restrittiva.

“Questo non è vero.La Germania per esempio ha ridotto la disoccupazione anche durante la crisi”.

Certo, con più di 7 milioni di mini-job, quasi un quinto degli occupati, a 450 euro al mese. La chiama occupazione, quella?

“Beh, meglio quella che niente. Comunque, guardi che dall’Italia non è arrivata nessuna contestazione su questa metodologia. Il modo per ridurre la disoccupazione è fare le riforme”.

Quali riforme? Del mercato del lavoro?

“Certo”.

Ma le riforme del mercato del lavoro non hanno mai prodotto un solo posto in più in nessuna parte del mondo.

“La strada è quella. Vuole fare una politica espansiva con un debito al 135% del Pil?”

Il debito è schizzato a quel livello perché la politica di austerità ha fatto crollare il Pil. Vogliamo continuare così? Un mio amico economista mi aveva detto che lei è un keynesiano. Alla faccia del keynesiano!

“E’ vero, ma sono un keynesiano ragionevole”.

Sorride, saluta e se ne va. Se il buon giorno si vede dal mattino, non sarà una bella giornata.


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