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 Politica Riduci

Come sa di Sala la sinistra altrui
Il candidato sindaco di Milano si definisce " della sinistra progressista". Cioè di quella sinistra di cui la destra ha rubato l'etichetta, evidentemente ambita nonostante le infinite affermazioni che non avrebbe più significato. Non riconoscerla per quel che è significa lavorare per la prossima vittoria delle forze populiste

(pubblicato su Repubblica.it il 4 gen 2016)

"Sono della sinistra progressista": così si definisce Giuseppe Sala, il candidato per laGiuseppe Sala poltrona di sindaco di Milano  che più piace al presidente del Consiglio Matteo Renzi. E' interessante constatare come questo termine, "sinistra", mostri una capacità non solo di sopravvivenza, nonostante che molti ne abbiano da tempo decretato la perdita di significato ("Destra e sinistra non esistono più", "sono concetti sorpassati", "appartengono al secolo scorso": quante volte e da quanti lo abbiamo sentito?); ma che continui ad essere, dopo tutte le denigrazioni subite, un'etichetta ambita, anche da chi dal sistema di valori che storicamente definiscono la sinistra è non solo lontano, ma addirittura all'opposto. L'apice è stato toccato dal titolo di un libro del 2007, "Il liberismo è di sinistra", scritto da due economisti, Francesco Giavazzi e Alberto Alesina, che si sono distinti in questi ultimi anni di crisi per le loro diagnosi e ricette clamorosamente sbagliate, da cui col tempo sono giunti a ritrattazioni che sarebbero umilianti per chiunque non abbia la faccia tosta di presentarle come proprie geniali scoperte.

"Sinistra", dunque,  è un termine che persino per chi lo denigra continua ad esprimere un concetto positivo, tanto da volersene appropriare. Come dei partiti una volta di sinistra si sono appropriati politici che poi nei fatti condividono l'apparato ideologico di destra che, a partire dagli anni '80 del secolo scorso, ha conquistato l'egemonia nella politica, nelle istituzioni e nelle accademie. E' questa confusione truffaldina che ha generato un rigetto da parte di nuovi movimenti politici che raccolgono la speranza di cambiamento di elettori che non si sentono più rappresentati: se quella è la sinistra, allora noi siamo qualcosa di diverso.

Così, il rigetto di un travisamento - coscientemente perseguito - produce un disancoraggio da progetti di società e sistemi di valori che, essendo stati costruiti in lunghi anni e imparando dalle esperienze storiche, non erano certo perfetti, ma possedevano una loro coerenza. Invece di basarsi su quelli per migliorarli e correggerne le storture, ci si getta in un indistinto che pesca qua e là idee e valori, senza riuscire a disegnare un progetto compiuto di società, un progetto che indichi una direzione verso cui muoversi e per cui valga la pena di organizzarsi e di combattere, pur restando pronti a modificarlo quando si capisce che questa o quella parte sono sbagliate o inadeguate.

La mistificazione, dicevamo, sente il bisogno di appropriarsi di quell'etichetta, "sinistra", la cui forza evocativa resta nonostante tutto inalterata, a dispetto del degrado a cui è stata sottoposta negli ultimi trent'anni, perché fa pensare a concetti come solidarietà e lotta all'ingiustizia, che in culture influenzate dal cristianesimo e dal socialismo muovono echi profondi. Ma vuole anche ridefinirla, contrapponendola a quella vera. E così, quest'ultima è "radicale" o addirittura "conservatrice", mentre quella trasfigurata è "moderna" e "progressista". Così il rovesciamento di senso è completo, e l'etichetta positiva viene appiccicata su idee di segno opposto a quelle che si vogliono richiamare.

E dunque, quando Sala precisa di quale sinistra si sente parte bisogna capire bene a che cosa si riferisce: si riferisce a quel termine di cui la destra si è impadronita dai tempi della svolta di Tony Blair, il bugiardo leader guerrafondaio inglese, e a cui poi si sono inchinati la maggior parte degli esponenti e dei partiti socialisti e socialdemocratici europei, compreso il Pci di Occhetto e poi di Veltroni e D'Alema fino ad arrivare al nostro Renzi. Quella finta sinistra diventata indistinguibile dalla destra, con la quale in molti casi si è alleata nei governi, godendo ancora della rendita elettorale di tanti che non ne hanno ancora capito il mutamento antropologico. E' una rendita, però, che si assottiglia sempre più, sia per l'aumento dell'astensione di chi da questa "sinistra moderna" è rimasto deluso, sia perché il bisogno di alternativa si esprime con il voto a nuovi partiti, purtroppo in molti casi di destra populista.

Ci riflettano coloro che criticano chi rifiuta gli appelli all'unità perché "così si fa perdere la sinsitra". Sostenendo "quella" sinistra forse non si perde a breve termine, ma si continua a preparare la vittoria di forze alternative che nella maggior parte dei casi farebbero rinverdire il vecchio detto "si stava meglio quando si stava peggio".


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