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 Politica

La linea del Pd, Dico e non dico 

Esponenti del futuro Partito democratico ad entrambe le manifestazioni, contrapposte, sulla famiglia. Ma non è l’unico caso: le stesse distanze che si registrano sui problemi religiosi ci sono per l’economia e per il welfare. E’ forse il caso di riflettere sul fatto che i confini del partito sono troppo indefiniti

(pubblicato si Eguaglianza & libertà il 12 mag 2007)

I due vice premier ed esponenti tra i più autorevoli della fondazione del Partito democratico schierati su fronti opposti rispetto alla manifestazione “per la famiglia”. E’ normale dialettica all’interno di un partito post-ideologico, che quindi si fonda su un programma e non su una visione del mondo, oppure un indice di qualcosa che non va? Naturalmente non è un problema tra due persone, seppure di rilievo. Ci saranno esponenti del Partito democratico a Piazza San Giovanni, al “family day”, e ce ne saranno altri a Piazza Navona, alla contro-manifestazione promossa dai laici.

La manifestazione di San Giovanni, per quanto negli ultimi giorni si sia cercato di smorzare i toni, è palesemante una prova di forza voluta dalla parte più retriva delle gerarchie cattoliche per affossare il proposito del governo di varare una legge sui “diritti di convivenza”; e magari, già che ci siamo, per affossare il governo stesso. Il suo scopo non è però limitato e contingente: è quello di affermare il primato della religione – nell’interpretazione, naturalmente, che decidono di darne le gerarchie medesime – rispetto alla potestà del sistema parlamentare di regolare alcuni aspetti della vita civile con leggi decise democraticamente da una maggioranza eletta. Quando si arriva a toccare i “principi non negoziabili” (e quali siano, e come vadano interpretati, sono sempre loro a deciderlo) quella potestà deve cessare.

Non siamo dunque di fronte a una battaglia circoscritta ad un determinato tema. Siamo di fronte a una battaglia di principi, anzi, a una battaglia “sul” principio, il principio fondante dello Stato democratico e non confessionale.

E’ già grave che politici eletti al Parlamento, di qualunque schieramento essi siano, dirottino in modo tanto palese rispetto allo spirito della Costituzione. Ma è piuttosto assurdo che persone con una visione così radicalmente diversa tra loro stiano dando vita ad un unico parito politico.

Ma non è solo nell’atteggiamento rispetto al problema della religione (in realtà sarebbe più corretto dire: dell’istituzione) che si registrano distanze di vedute così forti. Ce ne sono altrettante, come si può constatare ogni giorno leggendo il profluvio di dichiarazioni dei vari esponenti politici, sui temi dell’economia – lo si è visto per esempio nel caso Telecom e sul tema della tassazione – e del welfare, come mostra l’annoso dibattito sulle pensioni.

Un partito privo di dibattito interno è certamente poco democratico, e sicuramente non è desiderabile. Ma è anche vero che un partito è tale perché chi vi aderisce concorda su alcuni principi di base e su un progetto che si traduce in un programma. E’ possibile elaborare un progetto, e un programma, quando la gamma delle diverse vedute è così ampia? Non sarà per questo che il “manifesto” del Partito democratico si è meritato il giudizio di essere troppo vago?

Un partito moderno, non ideologico, in un sistema bipolare, deve per forza avere confini piuttosto ampi. Ma i confini, a un certo punto, bisognerà pure stabilirli: non si può scegliere di lasciarli indefiniti.


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