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 Politica economica Riduci

Draghi, tra spunti originali e “pensiero unico”

 

Anche nelle Considerazioni di quest'anno il governatore insiste su alcuni temi importanti che i suoi predecessori avevano trascurato, come la difesa dei risparmiatori e i conflitti d'interesse nella finanza. Ma nelle parti che riguardano la politica economica e il mercato del lavoro si lascia andare ai luoghi comuni di moda tra gli economisti e i politici

 

(pubblicato su Repubblica.it il 1 giugno 2008)

 

“Sorprendimi!”, continua a dire il cattivissimo critico gastronomico al topolino-chef del cartoon Ratatouille. La lettura delle Considerazioni di quest’anno del governatore Mario Draghi fa supporre che in Via Nazionale non si aggirino critici di quel tipo. Certo, il compito del governatore non è quello di épater les bourgeois, e d’altra parte i suoi predecessori ci avevano ampiamente abituato alla ripetizione quasi ossessiva di una serie di prescrizioni (magari non per colpa loro, ma perché i difetti rilevati si trascinavano negli anni). Però nelle due precedenti occasioni Draghi aveva sfoderato in vari punti una maggiore originalità rispetto al passato, e anche se non tutti i suoi suggerimenti potevano essere esenti da critiche aveva aperto alcuni fronti fino ad allora del tutto trascurati dalla politica della Banca centrale.

 

Uno dei più interessanti riguardava la difesa dei risparmiatori, di cui in verità si parla anche in queste Considerazioni. “Anche se i fatti degli ultimi tempi sono tornati a ricordarci che la prima difesa dei risparmiatori è la stabilità del sistema bancario, la correttezza e la trasparenza dei rapporti con i clienti costituiscono un ulteriore, fondamentale presidio: sono una condizione per il pieno agire della concorrenza”. Ecco, fino a Draghi il compito di difesa dei risparmiatori era concepito esclusivamente come ben ricorda il governatore all’inizio della frase, cioè come attenzione alla stabilità del sistema. Pazienza se poi le banche tosavano i clienti con prezzi, gabelle e commissioni immotivate o se affibbiavano loro prodotti nell’esclusivo interesse della banca, e a danno dei portafogli dei malcapitati. E’ vero che poco prima della designazione di Draghi c’erano stati in rapida successione tre dei maggiori disastri della storia del risparmio italiano (i casi Cirio, Parmalat e bond argentini), ma Antonio Fazio, il predecessore di Draghi, non si era smosso più che tanto.

 

“Ho più volte richiamato l’attenzione – continua Draghi –  sulla necessità che le banche, nel proporre alla clientela prodotti innovativi e complessi, assicurino la correttezza formale e sostanziale delle transazioni, la trasparenza delle condizioni, l’aderenza scrupolosa alle norme; si accertino della piena rispondenza di tale prodotti alle esigenze e ai profili di rischio del cliente. (…) Le ispezioni della Banca d’Italia hanno fatto cessare comportamenti irregolari; in un caso abbiamo adottato provvedimenti particolarmente rigorosi”. Una conferma della propensione delle banche a rifilare fregature.

 

C’è anche un sollecito ad applicare le norme sulla portabilità dei mutui e un invito pressante ad sostituire la “poco difendibile” commissione di massimo scoperto, “anche per evitare il rischio che la questione sia risolta con gli strumenti imperativi della legge”. Inoltre verrà presentata al Comitato per il credito una proposta per la riforma dell’ombudsman, di cui in effetti c’è bisogno. “Negli ultimi anni – osserva il governatore – legislatori, governi, autorità sono intervenuti quando il sistema non riusciva a trovare soluzioni adeguate”. In verità, un solo legislatore si è dato da fare: Pier Luigi Bersani con le sue “lenzuolate”. Un po’ l’Antitrust, qualcosa la Consob e l’Isvap. Tutti gli altri, Bankitalia pre-Draghi compresa, assenti ingiustificati.

 

Nelle due precedenti Considerazioni c’erano stati forti richiami, anche questi una novità molto apprezzabile, sui problemi di conflitti d’interesse nella finanza. Stavolta vi si accenna quasi di sfuggita, nel paragrafo che tratta della crisi del risparmio gestito e solo a questo riguardo. “Il gruppo di lavoro promosso dalla Banca d’Italia (…) ha visto un’ampia convergenza nell’identificare i principali problemi: chiara distinzione tra attività di collocamento e consulenza, indipendenza dei consigli di amministrazione rispetto alla capogruppo, condizioni uniformi di trasparenza informativa per tutte le categorie di prodotti finanziari, eliminazione delle distorsioni fiscali a danno dei Fondi comuni italiani”, dove le condizioni davvero importanti, se applicate seriamente, sono la prima e soprattutto la terza.

 

Sia chiaro, Draghi non batte su questo tasto perché si sente il paladino dei risparmiatori (o almeno, non solo per quello): evidentemente è convinto che i rapporti poco corretti delle banche con i clienti siano assimilabili a posizioni di rendita ingiustificata (detto in altre parole: guadagni ottenuti solo grazie a un rapporto di forza sfavorevole al cliente), che non è mai una buona cosa per lo sviluppo di qualsiasi attività economica. Lo dice esplicitamente, del resto, parlando delle imprese: “Non è difendendo monopoli o protezioni che, alla lunga, si genera ricchezza: ma investendo, innovando, rischiando”.

 

Apprezzabile dunque per questo aspetto, largamente condivisibile nelle analisi e nelle considerazioni sui problemi della crisi finanziaria internazionale, del Mezzogiorno e del federalismo, la relazione si appanna, invece, quando affronta il pur importante capitolo della politica economica italiana. Qui il governatore si lascia andare ad alcune analisi e affermazioni che derivano più dal “pensiero unico” che dalla scienza economica. Quando parla delle tasse, per esempio: “Aliquote elevate penalizzano le imprese nella competizione internazionale, riducono la propensione ad investire, possono determinare distorsioni nella scelta della dimensione d’impresa. Tagliano le retribuzioni del lavoro regolare, scoraggiano l’emersione di quello irregolare”. Il senso comune direbbe che queste osservazioni non fanno una piega. La realtà, invece, non si lascia incapsulare in queste semplificazioni. La Germania è uno dei più forti paesi industriali del mondo (e il primo esportatore in assoluto, ricordiamo), ma solo da pochi mesi ha ridotto la tassazione sulle imprese a un livello di poco più basso di quello italiano, e le stime dicono che di sommerso ne ha metà dell’Italia. E consideriamo poi questa frase che riportiamo dal Sole 24 Ore del 15 febbraio scorso: “Vincono in redditività, solidità e affidabilità rispetto alle grandi, nonostante il fisco, che prevede un'aliquota media del 44,6% contro il 33,2% delle grandi imprese. Sono le medie imprese industriali italiane così come emergono dallo studio Mediobanca-Unioncamere”. Dunque, non è così scontato che la tassazione abbia tutti questi effetti distorsivi. Evidentemente la crisi dell’industria italiana deriva da altro, e affidarsi agli sconti fiscali vorrebbe dire curarla con la medicina sbagliata.

 

Ma anche sull’aspetto della pressione fiscale generale le affermazioni del governatore appaiono discutibili.  “L’incidenza delle entrate fiscali sul Pil si colloca al 43,3% (…); supera di quasi 3 punti quella media degli altri paesi dell’Unione europea. Il divario rispetto agli Stati Uniti, al Giappone è ancora più grande”. Ora, la media delle pressione fiscale dell’Unione a 27 è abbassata dai dati dei nuovi membri: soprattutto a est della Germania, tutti quei paesi hanno un’imposizione fiscale bassissima, a cui corrispondono peraltro servizi di welfare inesistenti. Ed è abbassata, la media, anche dal Regno Unito. Che però, insieme agli Stati Uniti, possiede una caratteristica che falsa i dati come sono stati rilevati finora. Questi due paesi, infatti, fanno largo uso della tax expenditure, ossia della possibilità di detrarre dalle imposte parti del reddito utilizzate per scopi specifici, di norma per avere servizi che lo Stato non fornisce in misura sufficiente o per niente affatto: per la previdenza, per esempio, o per le donazioni a enti ritenuti meritevoli. Come da noi – ma in misura enormemente minore come dimensione complessiva – i contributi ai Fondi pensione o gli “atti di liberalità”. I metodi normalmente utilizzati non considerano la tax expenditure nel calcolo della pressione fiscale, ma così i dati risultano falsati. Se lo Stato non ti fornisce un servizio essenziale, ma poi rinuncia a tassarti quello che spendi per procurartelo (come i contributi per l’assicurazione sanitaria in Usa), è la stessa cosa che se ti tassasse per fornirti poi il servizio. Se le pensioni non sono tassate (come in Germania) a parità di risultato netto nelle tasche del pensionato risulterà più bassa sia la spesa per la previdenza che la pressione fiscale complessiva.

 

Ebbene, nel 2005 due  ricercatori dell’Ocse, Willem Adema e Maxime Ladaique, hanno portato a termine uno studio che riclassifica la spesa sociale tenendo conto appunto della tax expenditure. La spesa sociale non corrisponde alla pressione fiscale (in Italia ne assorbe poco meno di tre quarti), ma questo è un modo indiretto ma significativo per capire di quanto possono cambiare le cifre. La spesa sociale nella classificazione consueta vedeva l’Italia al 28,3%, il Regno Unito al 25,4 e gli Usa, con il 15,7, al terzultimo posto nell’Ocse. Dopo la riclassificazione, l’Italia risultava al 25,3%, il Regno Unito al 27,1 e gli Usa scalavano la classifica fino verso i primi posti, con un 24,5. Anche in questo caso, dunque, la realtà si rivela più complessa di quanto non appaia a prima vista.

 

Un altro punto riguarda il mercato del lavoro. Draghi sottolinea in più di un’occasione gli effetti negativi “dell’instabilità dei rapporti di impiego, diffusa specialmente tra i giovani e nelle fasce marginali”. Ma più avanti, osservando che negli ultimi dieci anni il numero degli occupati è aumentato, avverte che “non possiamo accontentarci di questi risultati (…) finché la flessibilità non riguarderà, in forme appropriate, l’intero mercato del lavoro, piuttosto che essere concentrata su singoli segmenti”. Ora, siccome la flessibilità in entrata ormai è elevata e quella organizzativa è stata accettata dai sindacati da più di trent’anni, Draghi non può che parlare della flessibilità in uscita, cioè della possibilità di licenziare più facilmente; e del resto, nella pagina precedente aveva criticato il fatto che “manca ancora un ridisegno organico e rigoroso delle garanzie offerte, essenziale per un mercato del lavoro che coniughi flessibilità ed equità”. L’ha detto in italiano, ma parla di flexicurity, la teoria che oggi va per la maggiore secondo cui bisogna dare alle imprese mano libera nell’assumere e licenziare a piacimento in cambio di ammortizzatori sociali che prendano in carico il lavoratore quando resta disoccupato.

 

Ora, la flexicurity si sa che funziona in Danimarca, un paese comparabile alla Lombardia per numero di abitanti e tasso di occupazione (e che ha una pressione fiscale di 5,6 punti di Pil più alta della nostra – il 48,9%, dati 2006 – anche per finanziare questo sistema, che costa molto) . Funzionerebbe altrettanto bene in Calabria, o in Sicilia? I sostenitori di questo sistema si preoccupano almeno un poco (evidentemente no) dei riflessi che la libertà di licenziamento avrebbe sui rapporti di forza tra lavoratori e datori di lavoro? Dei riflessi psicologici (ed economici) di una maggiore insicurezza sociale e del potersi trovare, senza colpe, a dover accettare da un giorno all’altro un lavoro non gradito e magari pagato meno? E infine, siamo certi che più c’è flessibilità del lavoro e meglio vanno le imprese? La storia del secolo scorso è una storia di enorme aumento della rigidità nell’impiego del lavoro, in tutto il mondo sviluppato, dove più dove meno; eppure il XX secolo è stato anche quello in cui l’economia si è sviluppata forse più che in tutto il resto della storia preso insieme.

 

Un ultimo appunto sulle retribuzioni. Proprio Draghi ha avuto il merito di denunciare che quelle italiane sono tra le più basse d’Europa. Anche stavolta tocca l’argomento, affermando che non potremo stare tranquilli “finché non vi saranno nel sistema aumenti generalizzati di produttività, che si potranno tradurre in guadagni retributivi per i lavoratori dipendenti”. Giusto, perché per distribuire ricchezza prima bisogna produrla. Ma sarebbe anche il caso di ricordare che, negli ultimi 15 anni, una quota di ben 10 punti di Pil si è spostata dalla massa retributiva ai profitti. Un fenomeno mondiale  non solo italiano. Ma anche un aspetto assai rilevante del problema, che ci si aspetterebbe che fosse in qualche modo affrontato da chi pubblicamente l’ha denunciato come tale. Su questo, invece, il governatore tace.

 

Insomma, da una persona della levatura e della preparazione di Draghi è legittimo aspettarsi, su una serie di problemi in cui l’Italia è da anni impantanata, un volare più alto dei luoghi comuni più diffusi tra gli economisti, qualche colpo d’ingegno, qualche strada a cui finora non si era pensato. Vorremmo potergli dire: “Sorprendimi”.

 

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