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 Economia Riduci

Il decennio perduto 
dal berlusconismo
Nella sua ultima relazione da governatore di Bankitalia Mario Draghi, nonostante un sapiente bilanciamento fra passaggi critici e apprezzamenti, condanna senza appello la politica degli ultimi dieci anni e i “tagli orizzontali” di Tremonti. E sulla linea che seguirà alla Bce lascia pochi dubbi: vestiremo alla tirolese
 
(pubblicato su Repubblica.it il 31 mag 2011)
 
Mario Draghi è un uomo prudente e si capisce che ha soppesato ogni parola prima di affidarla alle 19 pagine – un record di brevità – delle sue ultime Considerazioni finali da governatore della Banca d’Italia. Eppure, nonostante un sapiente bilanciamento fra passaggi critici e apprezzamenti, dal bilancio che traccia per l’economia italiana, scegliendo il decennio come arco di riferimento, emerge una critica pesantissima al ruolo svolto dalla politica. Che in questo periodo, tranne i due anni scarsi del governo Prodi, è stata tutta dominata da Silvio Berlusconi.
 
Per i suoi confronti Draghi non sceglie la Germania, la “prima della classe”, ma la Francia, paese a noi abbastanza simile per popolazione e struttura economica. “Nel corso dei passati dieci anni il prodotto interno lordo è aumentato in Italia meno del 3%; del 12 in Francia. Il divario riflette integralmente quello della produttività oraria: ferma da noi, salita del 9% in Francia. Il deludente risultato italiano è uniforme su tutto il territorio, da Nord a Sud”.
 
E ancora: “Il sistema produttivo perde competitività. Si aprono disavanzi crescenti nella bilancia dei pagamenti correnti. Si inaridisce l’afflusso di investimenti diretti: nel decennio sono entrati in Italia capitali pari all’11% del Pil, contro il 27 in Francia”. Se la produttività è ferma, non possono crescere i salari e “la domanda interna ne risente”. Sono rimasti “pressoché fermi nel decennio, contro un aumento del 9% in Francia; i consumi reali delle famiglie, cresciuti del 18% in Francia, sono aumentati da noi meno del 5, e solo in ragione di una erosione della propensione al risparmio”.
 
Ma non va meglio per la finanza pubblica. Dopo aver dato atto di “una prudente gestione della spesa durante la crisi”, Draghi avverte che è però indispensabile e urgente un taglio di oltre il 5% in termini reali della spesa primaria corrente entro il 2014, ancora una volta “tornando, in rapporto al Pil, sul livello dell’inizio dello scorso decennio”. Si tratta di un taglio molto consistente, specie se si considera (anche se questo Draghi non lo dice) che finora la spesa primaria corrente è invece cresciuta di circa il 2% reale all’anno. Il governatore specifica invece che i tagli non dovranno essere indiscriminati, perché andranno fatti “senza sacrificare la spesa in conto capitale”, cioè per investimenti, “oltre quanto già previsto nello scenario tendenziale e senza aumentare le entrate”. Inoltre “non è consigliabile procedere a tagli uniformi in tutte le voci: essi impedirebbero di allocare le risorse dove sono più necessarie; sarebbero difficilmente sostenibili nel medio periodo; penalizzerebbero le amministrazioni più virtuose. Una manovra cosiffatta inciderebbe sulla già debole ripresa dell’economia, fino a sottrarle circa due punti di Pil in tre anni”. E’ una bocciatura senza appello della politica dei “tagli orizzontali” finora attuata dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti.
 
Chi pensasse dopo aver letto questi giudizi che Draghi abbia fatto una relazione “di sinistra” incorrerebbe però in un errore madornale. Il governatore, pur se con modi vellutati, ha solo affermato che il governo ha fatto malissimo il suo mestiere. Ma le ricette che propone sono in parte incontestabili (il problema della giustizia civile, dell’evasione fiscale, del sistema dell’istruzione, su cui insiste molto, delle infrastrutture e della loro realizzazione); in parte riconducibili al pensiero economico che ha prevalso nell’ultimo ventennio e che è ancora dominante a livello europeo. Le sue osservazioni sul problema della precarietà e sull’eccessivo dualismo del mercato del lavoro non arrivano ad esplicitare una ricetta precisa, ma suonano simili a quelle di molti economisti di destra che paradossalmente trovano grande ascolto anche in una parte della sinistra. L’insistenza sulla disciplina di bilancio, improcrastinabile nonostante la debole crescita e che avrebbe bisogno di sanzioni automatiche (cavallo di battaglia dell’attuale governatore della Bce Jean-Claude Trichet e delle Germania di Angela Merkel), l’avvertimento sui rischi di inflazione e il ribadire che il compito della Bce è prima di tutto garantire la stabilità monetaria, suonano come una immedesimazione completa nella linea che la Banca centrale di Francoforte e il governo di Berlino hanno finora fortemente sostenuto con l’appoggio della Commissione europea. Insomma, con Draghi a Francoforte, se queste sono le premesse, non ci sarà nessuna svolta: vestiremo alla tirolese.

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