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 Politica economica

Il maestro con le orecchie d’asino

 

Le agenzie di rating continuano a dare le pagelle all’affidabilità degli Stati, ma sono esse stesse del tutto inaffidabili. Prima della crisi asiatica del 97 la Corea era valutata quasi come l’Italia; quest’ultima aveva un “voto” appena sotto il massimo prima del quasi-default del ’92: fu ridotto l’anno dopo, a crisi scampata
 

(25 ott 2006)

 

A volte il placebo funziona come se fosse una medicina vera, anche se è acqua fresca. Allo stesso modo, l’abbassamento del rating dell’Italia da parte di due delle tre più importanti agenzie del settore può agire come una cattiva medicina, anche se il giudizio è tutt’altro che incontestabile e, infatti, non sembra aver scosso minimamente i mercati finanziari. Gli effetti di cui preoccuparsi sembrano insomma più quelli che possono incidere sulla politica economica che quelli finanziari, rispetto ai quali il rating dovrebbe servire.

 

Il fatto è che da tempo queste agenzie non hanno più molta autorevolezza, dopo i molti e grossolani errori di previsione compiuti. I due organi di stampa più seguiti dalla comunità finanziaria internazionale, il Financial Times e l’Economist, rivolsero loro pesanti critiche già nel 1997 per non aver minimamente dato l’allarme sulla drammatica crisi scoppiata in quell’anno che coinvolse quasi tutti i paesi dell’Estremo oriente, anche quelli che venivano definiti le nuove “tigri” industriali (vedi qui l’articolo dell’epoca). La Corea, tanto per fare un esempio, sia per Standard & Poor’s che per Moody’s aveva un rating solo di poco inferiore a quello dell’Italia, un’Italia dai conti pubblici quasi completamente risanati che si apprestava ad entrare nella moneta unica europea.

 

Ma S&P aveva già dato una ben scarsa prova di capacità previsiva. Nel ’92, quando il nostro paese era arrivato sull’orlo del default, della bancarotta insomma, che fu evitata grazie alla maxi-manovra del governo Amato, il rating che S&P ci assegnava era AA+, ossia appena un gradino sotto il massimo (cioè la tripla A). Eppure il governo capì che eravamo davvero all’emergenza perché aveva cominciato ad avere difficoltà a collocare i titoli del debito pubblico: ciò significa che i mercati, in barba al rating, avevano capito benissimo che l’Italia era sull’orlo del collasso. Non l’aveva capito S&P invece, che ridusse il rating solo nel ’93, a pericolo ormai scampato. E da allora, incurante dei progressi dei conti pubblici e della partecipazione all’euro, ha continuato ad abbassarlo, fino all’attuale A+, lo stesso livello di Botswana e Tobago. Si può ben dire  che queste agenzie mancano a volte del senso del ridicolo.

 

Più di recente, altre pessime prove sono state date in occasione della crisi argentina, declassata solo dopo la dichiarazione di default da parte del governo; e anche l’Uruguay, notoriamente dipendente dai depositi argentini, fu declassato solo due mesi dopo.

 

Le motivazioni espresse da Moritz Kraemer, l’analista di S&P responsabile della valutazione sull’Italia (a proposito, non si ricorda nessuno di costoro che abbia vinto il Nobel o che abbia conquistato una reputazione di particolare rilievo tra gli economisti internazionali), sanno molto di giudizio politico: una finanziaria con troppo poche “lacrime e sangue”. Sono state così convincenti per i mercati che la quotazione del Btp ha perso un solo centesimo rispetto a quella del Bund tedesco, un movimento minimo che si può tranquillamente attribuire alle normali oscillazioni delle quotazioni.

 

E allora, ci facciamo una risata e non ci pensiamo più? Purtroppo no, per due ragioni. La prima è che molti investitori istituzionali hanno regolamenti interni che prevedono limiti ai loro investimenti proprio in funzione del rating dell’emittente, e questo potrebbe rendere più faticoso il collocamento dei nostri titoli. La seconda, forse peggiore, è che il governo, e in particolare il ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa, temendo in futuro un ulteriore declassamento spinga il pedale del freno della spesa anche a costo di ridurre le nostre possibilità di crescita, che già non sono brillanti. Alimentando così un circolo vizioso: meno crescita, maggiore necessità di tagli per ridurre i rapporti deficit/pil e debito/pil, ulteriore freno alla crescita. Se questo avverrà, la medicina-placebo avrà fatto un danno vero.

 


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