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 Politica Riduci

Com’è politico il governo tecnico

La politica consiste nel fare scelte sul funzionamento della società, e queste scelte hanno necessariamente un orientamento, quindi non ha senso parlare di “governo tecnico”. Nella drammatica situazione attuale non si possono che assecondare le aspettative dei mercati e Monti appare la persona adatta a questo compito. Per la sinistra una scelta inevitabile, ma resta aperto il problema della strategia

(pubblicato su Eguaglianza & Libertà il 15 nov 2011)
 
Uno dei più persistenti luoghi comuni di questo periodo è la definizione di “governo tecnico”, accompagnata dalla sconsolata constatazione della “sconfitta della politica”, dal momento che in Italia, ma anche in vari altri paesi europei, la guida dei governi o di ministeri-chiave come quelli economici viene affidata prevalentemente ad economisti o banchieri.
 
La sconfitta non è della politica, ma delle organizzazioni di cittadini che prevalentemente la gestiscono, ossia i partiti, dalla cui fila non provengono questi premier o ministri, da cui la definizione di “tecnici”. Ma il termine è assai equivoco, perché richiama, nel significato con cui comunemente lo si intende, una sorta di “neutralità politica”, come se esistesse un modo di amministrare che sia – altra definizione più che abusata – “né di destra né di sinistra”, e tanto migliore di quelli in quei modi connotati da ricorrervi nelle situazioni di emergenza. Seguendo questa logica se ne dovrebbe dedurre che quello è il modo “giusto”, o comunque il più corretto per la bisogna. Se così fosse, non si vedrebbe perché non applicarlo sempre, anche nei periodi normali: hai visto mai che in questo modo non si creerebbero più crisi ed emergemze?
 
Siamo partiti dal governo tecnico e siamo arrivati, con pochi passaggi, al “governo dei filosofi”, cioè degli illuminati chiamati a guidare le masse incoscienti. Un approdo che assai poco ha a che fare con la democrazia.
 
Ma esiste un modo di governare “al di sopra delle parti”? La politica è quell’attività che consiste in una serie di scelte sul funzionamento della società. Tradizionalemnte si parla di “sinistra” quando queste scelte sono più attente alla solidarietà sociale e alla redistribuzione del reddito, di “destra” quando invece fanno prevalere l’individualismo e la competizione. Nessun modo di governare può evitare di far pendere la bilancia dall’una o dall’altra parte. Non esistono, dunque, “tecnici neutrali”: nel momento in cui fanno delle scelte, stanno facendo politica, e le loro decisioni connoteranno questa politica nell’uno o nell’altro senso.
 
Una possibile obiezione è che la caratteristica del “tecnico” – oltre naturalmente a una riconosciuta competenza – è quella di non essere stato eletto e quindi di non essere condizionato dalla ricerca del consenso. In questo senso sarebbe più in grado di prendere le decisioni “giuste” e non quelle che faranno vincere le elezioni, anche se destinate a rivelarsi dannose (che so, l’abolizione di una tassa percepita con particolare fastidio, per esempio. Una cosa come l’Ici).
 
Questa obiezione, se qualcuno la avanzasse, denoterebbe una pesante sfiducia verso il sistema democratico. E’ vero che i politici possono promettere – e poi attuare, anche se non sempre – misure popolari ma dannose per il buon funzionamento della società, al solo scopo di conquistare o mantenere il potere. Si chiama populismo e negli ultimi tre lustri in Italia ne abbiamo fatto enormi scorpacciate. Ma prima o poi i nodi vengono al pettine e anche i meno attenti o più influenzabili dall’abilità propangandistica a quel punto si accorgono che quelle misure costano più di quanto danno e mandano a casa il pifferaio incantatore. A questo punto realisticamente non ci sono altre soluzioni credibili che quella del governo di solidarietà, reso inevitabile da due circostanze. La prima è che ci siamo inventati un bipolarismo senza che uno dei due poli fosse abitato da una destra decente come altre ve ne sono in Europa. La seconda è che nonostante il lungo e disastroso regime berlusconiano e la gravità della crisi nel quale è stato coinvolto, la sinistra non ha da proporre una vera alternativa politica.
 
Che tipo di governo sarà quello di Mario Monti? Le idee dell’uomo chiamato a riparare i cocci del berlusconismo sono note. Monti è un convinto sostenitore delle virtù del mercato e si potrebbe definire liberista se il termine non avesse ormai assunto una connotazione negativa. Monti è certamente un uomo di destra, ma non la finta destra che abbiamo sperimentato fino ad oggi: una destra seria e conseguente che pensa che le regole debbano valere non solo per i più deboli, ma a maggior ragione per i potenti: lo testimoniano le sue battaglie, quando era Commissario europeo alla concorrenza, contro giganti multinazionali come Microsoft o Coca Cola.
 
Monti è l’uomo che ci vuole in un momento come questo in cui l’Italia è drammaticamente priva di qualsiasi credibilità internazionale, sia nei confronti dei governi che dei mercati finanziari. I mercati hanno ormai fiutato l’odore del sangue – il nostro – e ci resta solo un’alternativa: assecondarli con le misure che si aspettano o andare a uno scontro frontale. Questa seconda strada non sarebbe del tutto impercorribile, visto il peso economico dell’Italia e gli enormi danni che potrebbe provocare una sua dichiarazione di default. Ma certo è più impervia e presenta minori probabilità di successo, oltre al fatto che potrebbe avere costi assai elevati anche per noi. Potrebbe semmai essere usata come arma di trattativa, quella trattativa che era palesemente impossibile per l’inattendibile governo Berlusconi.
 
Qualsiasi governo, dunque, in questo momento non potrebbe fare che una politica gradita ai mercati finanziari, quindi di destra per definizione. Ma una destra seria nel nostro paese può fare cose assai utili. Una destra seria è nemica delle rendite e dei privilegi (e proprio quest’ultima parola è stata usata da Monti nel suo primo discorso). Una destra seria non dovrebbe avere incertezze sulla lotta all’evasione fiscale. Una destra seria potrebbe fare tante altre cose, dal funzionamento della giustizia alla lotta alla criminalità, ma probabilmente non ci sarà tempo e modo di affrontare tutti i pesanti problemi che ci trasciniamo da decenni, anche se il governo Monti dovesse durare fino alla fine della legislatura nel 2013.
 
E’ questa, con ogni probabilità, la lettura della situazione fatta dal Pd e che lo ha spinto a preferire un governo d’emergenza ad elezioni immediate, che pure – secondo tutti i sondaggi – vedrebbero la sinistra vincente. Il vincitore si troverebbe comunque ad affrontare una situazione che, se ora è drammatica, dopo due mesi di campagna elettorale (e dunque senza un governo del paese nel pieno delle sue facoltà operative) sarebbe catastrofica e forse irrecuperabile. E quel governo, ripetiamo, non avrebbe possibilità di scelta sulla politica da attuare. Non si tratta, dunque, di far fare ad altri il “lavoro sporco” in modo da non assumersene la responsabilità, ma della presa d’atto che la situazione non lascia al momento altra scelta.
 
Quale poi possa essere la migliore strategia per il futuro dipenderà dall’evolversi della situazione. Non sarebbe nell’interesse della sinistra lasciar protrarre a lungo questa situazione, arrivando con questo governo alla scadenza naturale della legislatura. Oggi la catastrofica gestione del paese è ben presente a tutti gli italiani, ma il passare del tempo, soprattutto considerando la diabolica capacità propagandistica berlusconiana, potrebbe appannare questa consapevolezza, e logorare la fiducia in una possibile alternativa da parte di una sinistra costretta nel frattempo ad appoggiare una politica che non è la sua. L’ideale sarebbe dunque superare l’emergenza per andare poi alle elezioni il più rapidamente possibile. Ma quanto ci vorrà per superare l’emergenza? Purtroppo non è dato di saperlo, anche perché non dipende soltanto dalle scelte che si faranno in Italia (anzi, neanche in maniera prevalente). Con i nostri comportamenti possiamo peggiorare (o migliorare) la nostra situazione, ma non certo risolvere i problemi della crisi generale. Non si può che navigare a vista, in attesa delle condizioni che permettano di tornare sulla rotta migliore.

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