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 Fisco Riduci

I Caf nemici dei contribuenti
Una legge del 2014 ha stabilito che in casi di errori o di contestazioni sono i Caf a risponderne ,  pagando tutte le penalità del caso. Teoricamente giusto, ma questo li pone in conflitto d’interesse con gli assistiti, rendendoli implacabili sugli adempimenti formali e – nei tanti casi dubbi – spingendoli a decidere a sfavore del contribuente

(pubblicato su Repubblica.it il 4 lug 2017) 

I Caf, Centri di assistenza fiscale, sono strutture private promosse da sindacati e categorie professionali, che da questa attività ricavano cospicui guadagni, visto che, oltre alla quota che versa loro lo Stato, chi ricorre alla loro assistenza paga cifre che possono arrivare anche a un centinaio di euro. Sempre meno di un commercialista, beninteso, ma certo non è un servizio gratuito.

Un servizio necessario, comunque, visto che se la può cavare da solo – a meno di eccezioni – solo chi deve dichiarare solo un reddito e al massimo la casa di proprietà, e detrarre solo le spese mediche. Casi abbastanza rari, visto che le detrazioni, secondo il censimento di una commissione tecnica istituita allo scopo, sono 444 (quelle che riguardano le persone fisiche naturalmente molte di meno), ognuna con le sue regole e gli immancabili trabocchetti in cui rischia di cadere anche il più meticoloso dei contribuenti. Chi voglia farsene un’idea può dare un’occhiata al rapporto annuale della commissione.

Ebbene, questi centri, nati per aiutare i contribuenti ad orizzontarsi nelle mille trappole del fisco, si sono trasformati in loro neUn Cafmici. E il motivo è molto semplice: con una legge del 2014 si è stabilito che in casi di errori o di contestazioni son o Caf a risponderne – a meno di provata mala fede dell’assistito – pagando tutte le penalità del caso.

Sembrerebbe una misura in favore dei cittadini. Se faccio ricorso a un tecnico, e lo pago pure, poi se sbaglia dovrà essere lui a risponderne. Giusto in teoria, ma non si considera la spietata formalità del fisco, la sua nebulosità e l’enorme quantità di dubbi interpretativi. E allora che succede? Succede che qualsiasi piccola disattenzione formale è motivo sufficiente per perdere una detrazione, e che qualsiasi dubbio interpretativo viene risolto in una sola direzione, quella a sfavore del contribuente, che sicuramente non sarà contestata. Intendiamoci, i difetti sono già all’origine, dipendono da come è amministrato il fisco e non dai Caf. Ma in questo modo questi problemi vengono esasperati, perché nessun Centro vuole rischiare di rimetterci.

Non è tutto. Se cambi Caf, e ci possono essere mille motivi per doverlo fare, tutta la documentazione presentata fino all’anno precedente va prodotta di nuovo. Capita così di dover andarsi a ricercare i giustificativi degli ultimi nove anni per qualsiasi detrazione pluriennale sia in corso. E i Caf non hanno tutti gli stessi “gusti”, per alcuni quel certo documento è sufficiente, per altri invece no.  Infine, vanno pure di fretta: non bisogna dimenticare che il tempo è denaro e quindi le direttive sono che per ogni dichiarazione bisogna sbrigarsela in una ventina di minuti. Peggio che alla catena di montaggio. Già quel tempo è insufficiente, e se poi c’è un qualsiasi intoppo, come sempre ce ne sono ...

Rimedi? Dalla giungla del fisco è quasi un miracolo se i “piccoli” riescono ad uscire senza danni. Un miglioramento sarebbe riportare i Caf alla loro funzione di sola consulenza, eliminando la norma sulla loro responsabilità che li pone in conflitto di interesse con gli assistiti. E poi bisognerebbe che gli uffici del fisco guardassero meno alla forma e più alla sostanza: quando si contesta qualcosa al piccolo contribuente, se la cosa riguarda una mancanza formale o un problema suscettibile di dubbio interpretativo, nel primo caso basterebbe un avvertimento, nel secondo si dovrebbe permettere la regolarizzazione senza sanzioni. Introdurre discrezionalità e buon senso  presenta certo qualche rischio, perché si può dar luogo ad arbitrii, ma escludere il buon senso ed applicare sempre l’implacabilità formale fa deteriorare irreparabilmente il rapporto con il cittadino.

Certamente pochi pensano che le tasse siano “bellissime”, come disse provocatoriamente Tommaso Padoa Schioppa. Sono un dovere civile e che va rispettato, e i cittadini normali questo vorrebbero fare. Possibilmente, però, senza ulteriori vessazioni che le rendano davvero “bruttissime”.


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