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 Politica Riduci

Le elezioni e il tavolo della Merkel
I paesi indicati a modello per le riforme, dall’Irlanda alla Spagna,  hanno avuto e hanno alti deficit pubblici, al contrario dell’Italia. Il modello che si vuole dunque non è l’austerità, ma le politiche di destra su lavoro e welfare. Il voto europeo è un’occasione per rifiutare queste politiche


(pubblicato su Repubblica.it il 24 mag 2014)

Supponiamo che Angela Merkel, la cancelliera che fino ad oggi ha pesantemente condizionato la politica europea, abbia un tavolo che balla. Per rimediare si può mettere una zeppa, oppure tagliare le gambe più lunghe. Conoscendo la passione della Merkel per i tagli non avremmo dubbi sulla sua scelta. Ma l’operazione non è facilissima, e bisogna tagliare e tagliare ancora prima di riuscire a raggiungere la stabilità. Alla fine ci si riesce, ma ci si trova con tavolo alto 50 cm: un po’ scomodo da usare. Ebbene, è proprio questo che fanno le politiche di austerità: alla fine la situazione si riequilibra, ma a un livello molto inferiore a quello di partenza, e in quella differenza di livello si sono perduti posti di lavoro, capacità industriale, molte persone sono precipitate nella povertà, altre ci hanno persino rimesso la pelle.

Si dirà che i pezzi di legno tagliati non si possono re-incollare, mentre l’economia riprende a crescere. Certo, ma un tavolo poggia su un solido pavimento, l’economia di un paese è in mezzo a un mare sempre agitato. Ci saranno concorrenti che avranno occupato lo spazio delle imprese che hanno chiuso, e non è detto che quegli spazi possano essere riconquistati. Ci saranno persone espulse dal mercato del lavoro (o che non ci sono mai entrate) che non riusciranno più a trovare un’occupazione. Le retribuzioni saranno più basse, quindi il tenore di vita medio diminuirà e con esso la capacità di crescita dell’economia, per la quale il mercato interno è tre volte più importante delle esportazioni. Insomma, forse si ricomincerà ad arrampicarsi, ma dopo essere rotolati a fondo valle, e non si sa se si riuscirà più a raggiungere la cima.

I sostenitori di quelle politiche replicano che forse sarà pure così, ma quella è l’unica cura possibile e funziona, come si vede dal segnali di ripresa che vengono da Spagna, Portogallo, Irlanda, persino dalla Grecia. Davvero? Le ultime stime ipotizzano per la Spagna una crescita quest’anno oltre l’1%, forse l’1,2, forse addirittura l’1,5, se ha ragione il governo. Ma la Spagna ha chiuso il 2013 con un deficit del 7,1% e per quest’anno è previsto il 5 (e molti ritengono che alla fine sarà più alto). E come sono stati i deficit di Portogallo, Irlanda e Grecia? Rispettivamente 4,9%, 7,2% e 14,7%. Questa si chiama politica di bilancio espansiva, altro che rigore. Il rigore è stato applicato in altri campi: tagliando retribuzioni e pensioni, falciando il welfare, distruggendo i diritti dei lavoratori, licenziando.

Allora, quando questi paesi ci vengono presentati come modello, è bene capire modello di cosa: certo non dei conti pubblici, come si vede ben lontani dal soddisfare le regole che Bruxelles continua a ripetere come un disco rotto. In quel campo all’Italia, col suo 3% di deficit, ben pochi nell’eurozona possono dare lezioni (eppure ancora non basta…). Modello, dunque, di una politica pesantemente di destra e antipopolare, che è quella che piace ai conservatori e alla tecnocrazia europea. Chi applica quella, come si vede, guadagna il diritto a che venga chiuso un occhio e anche tutti e due sul mancato rispetto della politica fiscale. Il Sole24Ore aveva fatto un conto sul deficit cumulato nel triennio 2011-13. Per l’Irlanda è stato del 28,3% e per la Spagna del 27,1. E per l’Italia? Solo 9,8%. Se avessimo fatto come loro avremmo avuto circa 100 miliardi per ognuno dei tre anni per sostenere la nostra domanda interna e dare fiato alla nostra economia. In ripresa ci saremmo da un pezzo e il rapporto debito/Pil non avrebbe sfondato il 130%, com’è avvenuto a causa del crollo del Pil.

La tolleranza europea sui conti pubblici degli altri paesi in difficoltà è la prova del nove del fatto che quella che si vuole applicare non è una ricetta che serve all’economia, ma una strategia politica con un segno ben preciso. I cittadini che si apprestano a votare per il Parlamento europeo farebbero bene a tenerlo presente. La distinzione tra destra e sinistra, che molti sostengono appartenere al passato, è invece ben viva nelle politiche che determinano le condizioni dei cittadini, il loro reddito, il loro lavoro. Rafforzare le componenti di sinistra significa dare un segnale in una direzione precisa, non una protesta generica e sterile come quella dei gruppi antieuropeisti, per lo più intolleranti e razzisti. Col voto si può dire quale Europa vogliamo. Non sprechiamo l’occasione.


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