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 Finanza pubblica

Il teatrino dei tagli
Il dibattito sulla Finanziaria, dai politici italiani ai rappresentanti delle istituzioni internazionali, è tutto concentrato sull'alternativa "più rigore - meno rigore". Eppure dovrebbe essere chiaro a tutti che il problema dell'Italia è di avere il tasso di crescita più basso dell'Unione

(pubblicato su Eguaglianza & libertà il 7 set 2006)

Sarebbe stucchevole, se non avesse riflessi concreti sulla vita delle persone, il teatrino sulla finanza pubblica messo in scena da esponenti della politica e delle istituzioni. Dai numerosi politici italiani che si sono espressi sul tema, alla Commissione Ue e alla Banca centrale europea, fino alle istituzioni internazionali, è tutto un proclamare la necessità di "più rigore" o "meno rigore", a seconda dell'appartenenza del dichiaratore, "più tagli" o "no ai tagli", "risanamento subito" o "risanamento graduale". Alcune di queste persone non sanno bene quello che dicono, ma forse il loro interesse più concreto è che la loro dichiarazione sia ripresa dai media; altre seguono - non da oggi - una impostazione ideologica che poco ha a che fare con l'economia e con il risanamento del bilancio.

Dovrebbe essere chiaro a tutti, ma pare che così non sia, che il primo problema che teatrinoTagliW.gifha oggi l'Italia è quello della crescita. Il primo, prima ancora del risanamento dei conti pubblici. Il motivo è evidente: il mitico 3% che tanto viene sbandierato è un rapporto, deficit-diviso-Pil: e perché mai il numeratore dovrebbe essere più importante del denominatore? E' invece vero il contrario: con un Pil che cresce poco, anche il deficit deve essere contenuto di più per ottenere lo stesso risultato. Insomma, con poca crescita servono più tagli (il che genera evidentemente un paradosso), più sforzi per ritrovare l'equilibrio a un livello più basso.

Il grande, enorme problema che ha oggi l'Italia è appunto di avere un Pil che cresce poco. Sono state appena diffuse le nuove stime della Commissione sulla crescita, riviste al rialzo: per l'Italia la previsione 2006 è aumentata all'1,7% (contro l'1,3% stimato a maggio), in Germania si è passati dall'1,7% al 2,2%, in Spagna dal 3,1% al 3,5%, in Francia dall'1,9% al 2,3%, nel Regno Unito dal 2,4% al 2,7% e in Polonia dal 4,5% al 5%. La stima del Pil dell'area Euro passa al +2,5%, quella dell'Ue a 25 arriva al +2,7%. Come si vede, l'Italia ha il poco invidiabile primato della crescita prevista più bassa, la sola sotto il 2%.

Questo significa che i conti pubblici non meritano attenzione? Certamente no, per molte e importanti ragioni. Significa però che invece di discettare sul fatto se la Finanziaria debba essere da 27 o 35 miliardi sarebbe assai più opportuno discutere come debbano essere impiegate le risorse per risolvere il problema principale, quello della crescita, appunto. E stupisce che un'istituzione come la Banca centrale europea si preoccupi tanto del "rigore" e non spenda invece una parola sullo sviluppo. Se quell'1,7% di Pil diventasse un 2 (cioè ancora meno della media Ue), avrebbe effetti molto più significativi di 7 miliardi in più o in meno nella manovra.

Il fatto è che tutto questo insistere sul "rigore" può addirittura far danni. "Dobbiamo sfruttare al massimo la fase economica positiva per cercare di consolidare di piu' (i conti pubblici)", ha dichiarato il commissario europeo Joachim Almunia. Il che sembra sensato: ma non lo è se lo sforzo aggiuntivo che si richiede finisce per soffocare la crescita, già di per sé tutt'altro che entusiasmente.

Il governo, probabilmente suo malgrado, è coinvolto nel teatrino mediatico. C'è da sperare che tale lo consideri e che, al dunque, non se ne faccia condizionare.

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