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 Cronache

Impopolari, ma per qualcosa

 

Il crollo di popolarità del governo registrato dai sondaggi non è un motivo per parlare di dimissioni, come fa il centro destra. La questione vera è se l’aver scontentato molti cittadini sia servito oppure no ad imprimere una svolta ai problemi del paese

 

(1 nov 2006)

 

 

Berlusconi e il centro destra sostengono che, siccome i sondaggi dicono che la maggioranza non è più maggioranza nel paese, il governo si deve dimettere e bisogna fare una “grande coalizione” per varare alcune misure urgenti e poi andare a nuove elezioni. Si tratta di una tesi singolare e forse qualcuno dovrebbe spiegare a lorsignori i meccanismi elementari di una democrazia.  In una democrazia la maggioranza parlamentare, che poi esprime il governo, viene determinata attraverso il voto, e non attraverso i sondaggi. E per dichiarare che quella maggioranza non esiste più deve accadere o un fatto politico grave, di cui la stessa maggioranza prende atto, oppure nuove elezioni che diano risultati diversi. Almeno, è così che funziona in tutte le democrazie finora esistenti: ma si sa che nel centro destra ci sono insigni costituzionalisti –  come Roberto Calderoli, indimenticato inventore della legge elettorale che poi ha definito, con fine terminologia giuridica, “una porcata” – e forse stanno lavorando ad una interpretazione evolutiva.

 

prodi_schioppa300.gifFinché le cose stanno come stanno, comunque, Berlusconi e il centro destra sostengono cose senza senso, Come senza senso è persino l’idea di una “grande coalizione”, perché è evidente che i due schieramenti hanno idee diametralmente opposte su quello che sarebbe buono per il paese e non si vede quindi su che cosa potrebbero accordarsi.

 

Sgombrato il campo dalle farneticazioni del centro destra, bisogna però dire che i sondaggi sfavorevoli al governo ci sono eccome. Quelli che circolano parlano di una caduta di ben 20 punti percentuali nel gradimento degli elettori. Non è un motivo per dimettersi, ma per riflettere sì.

 

In questi cinque mesi il governo ha fatto tre cose di rilievo: il decreto Bersani sulle liberalizzazioni; una sterzata in politica estera; la Legge finanziaria.

 

Il decreto Bersani ha provocato le reazioni furiose delle categorie interessate: ma questo è normale, e se tassisti, notai e avvocati si sono sentiti toccati nei loro interessi, tutti coloro che non sono tassisti, notai e avvocati hanno apprezzato quei provvedimenti che dovrebbero far avere alla collettività servizi migliori a prezzi più bassi. Anche se si è avuta poi la sensazione di eccessivi cedimenti di fronte alle proteste delle corporazioni.

 

La politica estera è, al momento, il fiore all’occhiello del governo: ha restituito all’Italia un ruolo internazionale che era stato distrutto da Berlusconi. Non è stato certo questo il motivo del crollo del gradimento.

 

Resta la terza cosa, la Legge finanziaria. Che forse risanerà i conti pubblici disastrati da un quinquennio di berlusconismo, ma è stata una débacle d’immagine di dimensioni ciclopiche. Gli unici due obiettivi ben percepiti dall’opinione pubblica sono stati il rientro nei paramentri di Maastricht e il taglio del cuneo fiscale sul costo del lavoro. Il primo obiettivo, pur se obbligato, non è certo di quelli che scalda i cuori. Il secondo interessa essenzialmente alle imprese, e i lavoratori nemmeno si accorgeranno del 40% che si è deciso di destinar loro. Soprattutto, la manovra si è affidata a una riforma fiscale che non ha cambiato molto le cose, ma ha fatto arrabbiare la maggioranza e non ha gratificato gli altri; e a una serie di provvedimenti, più volte cambiati in corsa tanto da scatenare la creatività degli umoristi, nessuno dei quali ha un carattere di novità, di discontinuità rispetto alle manovrine e manovrone degli ultimi venticinque anni. L’aumento delle sigarette, del bollo auto, di qualche altro belzello, i tagli agli enti locali e alla sanità… Insomma, niente che non si sia già visto quasi ogni anno quando, a settembre, i governi si trovano a dover quadrare dei conti che fanno sempre acqua.

 

I governi che temono di prendere decisioni impopolari di sicuro concludono poco. Ma debbono essere decisioni che perseguano obiettivi strategici e che, in tempi non infiniti, dimostrino di aver portato concreti miglioramenti alla situazione generale. Se ciò accade, il paese cresce e il gradimento risale. Facciamo fatica a far rientrare molti provvedimenti della Finanziaria 2006 in questa classificazione.

Essere impopolari può essere necessario. Ma che sia per qualcosa.


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