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 Finanza pubblica Riduci

I giorni dell’Irap

 

Pessima, anzi ottima: le ragioni di chi vorrebbe abolire un’imposta sulle imprese odiata fin dalla sua introduzione e le repliche di chi la difende, spiegando la logica di quegli aspetti che gli accusatori considerano assurdi, come il fatto che bisogna pagarla anche se il bilancio chiude in rosso

 

(pubblicato su Repubblica.it il 22 ott 2009)

 

Dopo il “posto fisso” di Tremonti ecco l’abolizione dell’Irap di Berlusconi e Scajola: evidentemente i sondaggi a cui il premier è così attento segnalano la necessità di qualche ricostituente per il consenso verso il governo, e l’Irap si adatta bene allo scopo perché è una tassa particolarmente odiata, tanto che si parla di abolirla praticamente da quando è stata istituita, con la riforma di Vincenzo Visco del 1997. Già allora Berlusconi ne aveva dato una definizione sprezzante: “Si scrive IRAP e si pronuncia Imposta di RAPina”.

 

Se però dopo 12 anni e svariati governi questa imposta resiste ancora qualche motivo ci sarà. Il principale è di certo il fatto che si tratta della terza imposta quanto a gettito, dopo Ire (l’ex Irpef) e Iva, con un introito per l’erario di oltre 38 miliardi di euro: un po’ difficile rinunciarci, specie con la situazione dei nostri conti pubblici. E la dichiarazione del ministro Scajola che si può usare una parte degli introiti dello scudo fiscale desta un po’ di sorpresa: si può finanziare l’abolizione di un tributo permanente con un incasso una tantum?

 

Un secondo motivo è che si tratta di un’imposta che finanzia le Regioni e cancellarla continuando a parlare di federalismo fiscale semprerebbe un po’ contraddittorio: sarebbe un bis dell’abolizione dell’Ici, che era il maggior tributo proprio dei Comuni.

 

Infine, i rimedi (ossia le imposte che dovrebbero sostituirla, visto che non è pensabile rinunciare semplicemente a quelle entrate) potrebbero essere peggiori del male, ossia creare distorsioni anche più rilevanti.

 

In quest’ultimo periodo sono apparsi vari interventi di economisti su questo tema. Tra gli “abolizionisti”, Guido Tabellini e Salvatore Padula sul Sole 24 Ore e Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera. Tra i difensori, Silvia Giannini e Maria Cecilia Guerra su lavoce.info (in un intervento del 2005) e Giampaolo Arachi e Massimo D’Antoni su un blog degli economisti dell’Università di Siena. Cerchiamo di dar conto delle ragioni degli uni e degli altri.

 

I principali atti d’accusa sono due.La base imponibile su cui si calcola l’Irap comprende anche il costo del lavoro, quindi – si afferma – paradossalmente punisce chi non licenzia. Inoltre, non essendo un’imposta sui profitti ma sui fattori della produzione, bisogna pagarla anche sugli interessi passivi e anche se il bilancio chiude in perdita: di qui soprattutto la particolare allergia di tutto il mondo delle imprese.

 

Le accuse sono immediatamente comprensibili, mentre le ragioni dei difensori sono un po’ più complesse da spiegare. Bisogna ricordare, innanzi tutto, che l’Irap non è stata un’imposta aggiuntiva, ma ha sostituito varie altre fonti di prelievo, con un primo vantaggio che è la semplificazione. Contestualmente alla sua introduzione sono stati aboliti i contributi sanitari delle imprese e la tassa sulla salute, l’Ilor, l’Iciap e altri tributi minori. E qui c’è una prima replica all’apparente assurdo di tassare anche chi è in perdita: anche i contributi sanitari si dovevano pagare lo stesso, e nessuno se ne meravigliava, come osservano Arachi e D’Antoni. Inoltre, notano Giannini e Guerra, con la sua introduzione l’aliquota complessiva sui profitti si è ridotta dal 53,2 al 41,25%, dunque un abbattimento notevole del carico fiscale sulle imprese. E’ anche rilevante il fatto che la sua base imponibile molto ampia consente di applica un’aliquota molto bassa (4-4,25%), rendendo così meno convenienti l’evasione e l’elusione. E il fatto che si paghi anche sugli interessi passivi produce un effetto virtuoso, perché non favorisce l’indebitamento e stimola le imprese al rafforzamento patrimoniale con capitale proprio.

 

Ma davvero punisce chi non licenzia? A parità di produzione e servizi da parte dell’impresa, spiegano Arachi e D’Antoni, non è affatto vero, perché è su quello che si calcola l’Irap, e dunque cresce solo se un maggior numero di occupati fa salire la produzione.

 

C’è inoltre il problema di come eventualmente sostituire l’Irap. Tornare ai contributi sanitari, come ipotizzato in passato dallo stesso Berlusconi, avrebbe l’effetto di far aumentare di nuovo il cuneo fiscale sui salari ridotto dal governo Prodi. Trasferirla sulle imposte indirette comporterebbe un aumento dell’Iva, per avere lo stesso gettito, dal 20 al 27%. Insomma, l’odio per questa imposta non sembrerebbe poi così giustificato. E del resto, ricordano Arachi e D’antoni, uno studioso del federalismo fiscale di fama internazionale come Richard Bird l’ha definita “la migliore approssimazione ad una buona imposta locale sulle imprese che oggi esista”.  Forse non sempre il diavolo è brutto come lo si dipinge.


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