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 Politica economica Riduci

Monti e il rischio 
della “vittoria tradita”
Il vertice europeo del 29 giugno ha segnato una svolta politica nel senso chiesto dall’Italia, ma se il prossimo del 9 e 10 luglio non passerà dalle dichiarazioni d’intenzione ai provvedimenti concreti per realizzarle il successo svanirà come neve al sole
 
(pubblicato su Repubblica.it il 4 luglio 2012)
 
La storia ci ha insegnato che vincere sul Piave è indispensabile, ma se poi a Versailles non va bene si rischia una “vittoria tradita”. Monti può aver vinto sul Reno il 29 giugno, ma adesso c’è il nuovo vertice Ecofin del 9 e 10 luglio e se non si vince anche qui diventa tutto pressoché inutile.
 
Ma questo nuovo round sarà molto più difficile, perché dovrebbe andare oltre le dichiarazioni d’intenzioni del precedente e definire una serie di aspetti fondamentali che finora sono rimasti nel vago. Dovrebbe cioè definire i dettagli, che, com’è noto, sono quelli in cui ama nascondersi il diavolo. Se non lo farà sarà un pessimo segnale. Se lo farà disegnando un quadro che tradisca di fatto i contenuti dell’accordo che sono stati annunciati, sarà peggio ancora.
 
Intendiamoci: non si vuole qui sottovalutare l’importanza delle dichiarazioni politiche con cui si è concluso il vertice, che segnano una discontinuità rispetto alla linea “prima ognuno metta a posto i suoi conti, poi si potrà parlare di tutto il resto”, imposta dai tedeschi e appoggiata da un Sarkozy recalcitrante ma che non aveva la forza – e forse neanche la capacità – di proporre alternative. L’aver cambiato toni, sia sulla necessità di fare qualcosa per la crescita, sia sul fatto che il circolo vizioso crisi bancarie-crisi di bilancio è effettivamente un problema e va affrontato, è comunque un aspetto rilevante. Ma se poi queste dichiarazioni non si sostanziano subito nei fatti, la loro rilevanza si riduce al lumicino.
 
Subito: perché il fattore “tempo” è tra quelli fondamentali. Ci hanno ripetuto fino alla nausea, quando si è trattato di far approvare pesanti manovre di tagli e tasse o riforme peggiorative delle condizioni dei lavoratori, che “i mercati non aspettano” e giustamente Monti si è impuntato per imporre che si parlasse non solo della “road map” per l’Europa del futuro, ma anche di come risolvere i problemi immediati, come quello del costo di finanziamento per i paesi presi di mira dalla speculazione. E questi problemi infatti sono stati affrontati, ma lasciando ampie zone d’ombra nella definizione degli interventi. Gli osservatori più attenti – e più indipendenti – non hanno mancato di sottolinearle.
 
Si è detto che il “Fondo salva-Stati” potrà intervenire acquistando titoli dei paesi in regola con le manovre di rientro da deficit e debito pubblico, ma le condizioni perché questo accada non sono chiare. Bisognerà firmare un memorandum che impegni il paese a proseguire nelle politiche di risanamento: non sembra che ci sia una grande differenza rispetto a quel che avviene ora quando un paese chiede aiuti, passo che comporta una sorta di “messa sotto tutela” da parte della Troika (Commissione, Bce, Fmi), e dunque una cessione di sovranità difficile da digerire. Ma l’aspetto peggiore, come hanno sottolineato gli economisti Ronny Mazzocchi e Paolo Manasse, è che la richiesta ufficiale di aiuto equivale ad annunciare ai mercati che quel paese è sull’orlo del burrone: una sorta di invito agli speculatori ad assestare il colpo decisivo, tanto più che gli interventi di sostegno non arriveranno di sorpresa, ma saranno stati anch’essi ampiamente annunciati.
 
Ma il punto più critico, come molti hanno rilevato, è quello delle risorse a disposizione del Fondo: 500 miliardi in parte già impegnati (per esempio per gli aiuti alle banche spagnole). Il problema, però, non è quello di aumentare le risorse e rimarrebbe identico anche se si decidesse di raddoppiarle o quadruplicarle. Nessuna cifra definita sarà mai sufficiente, perché la speculazione può mobilitare risorse per abbattere qualsiasi barriera. Per fermarla, evitando persino che gli attacchi inizino, bisogna che la dotazione sia senza limiti, come potrebbe avvenire se il compito di salva-Stati fosse affidato alla Bce (che non può farlo per statuto) oppure, per aggirare l’ostacolo, fornendo il Fondo di una licenza bancaria, in modo che a sua volta possa finanziarsi dalla Bce senza limiti. E su questo punto i tedeschi e i loro alleati hanno fatto muro.
 
Altri aspetti importanti da chiarire sono quelli che riguardano l’unione bancaria e della vigilanza. Innanzitutto si tratterà di un’unione a due livelli, uno più generale per tutti i 27 Stati e uno per i 17 paesi euro. La vigilanza per i paesi euro sarà affidata alla Bce, che però non può essere accettata come controllore da chi ha ancora una propria Banca centrale indipendente (si parla ovviamente innanzitutto del Regno Unito). Per i 27 il controllore sarà quasi certamente l’Autorità bancaria europea (Eba). I futuri rapporti tra i due controllori sono tutti da definire, come ancora indeterminati sono i poteri che avranno. Per esempio, potranno decidere di far fallire una banca anche se è importante per il paese a cui appartiene? Si può aggiungere che gli aiuti diretti alle banche spagnole verranno dati quando il nuovo assetto sarà operativo, il che non potrà avvenire in tempi brevi. Ancora una volta il fattore tempo non viene tenuto in gran conto.
 
Infine, la strategia per la crescita. Si è parlato di un pacchetto da 120 miliardi, ma in realtà le nuove risorse che saranno immesse ammontano solo a 10, un’inezia. Per arrivare alla cifra dichiarata si cambierà nome a una serie di fondi già stanziati (che quindi non valgono come nuovo stimolo) e si conterà sulla leva finanziaria che verrà messa in atto dalla Bei, destinataria del nuovo (misero) finanziamento.
 
Insomma, si potrebbe dire che quella del 29 giugno è stata una pre-vittoria. Per trasformarla in una vittoria definitiva è determinante quello che avverrà il 9 e 10 luglio a Versailles (pardon: Bruxelles). E se non sarà convincente i mercati non mancheranno di sottolinearlo.

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