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 Economia Riduci

Electrolux, l’austerità
fa un’altra vittima

Ma che costo del lavoro, ma che cuneo fiscale! E’ stato il crollo delle vendite in Italia, conseguenza del calo del Pil e dei consumi, a provocare la crisi aziendale. Il piano proposto per affrontarla taglierebbe orari e salari: se è vero che le paghe scenderebbero non a 7-800 euro, ma solo dell’8%, su quella base si potrebbe trattare

(pubblicato su Repubblica.it il 28 gen 2014)
 
Adesso aspettiamoci il coro di commentatori e personaggi di destra a dire che il caso Electrolux dimostra che in Italia il costo del lavoro è troppo alto e il cuneo fiscale va abbattuto (coro a cui si è prontamente unito Davide Serra, il finanziere supporter di Matteo Renzi). E però l’Electrolux sta in Italia da trent’anni, da quando comprò la Zanussi nel 1984, e ha qui di gran lunga il maggior numero di addetti in Europa, segno che non si è trovata poi così male. E quanto al cuneo, recentemente l’azienda ha chiuso una fabbrica in Australia, dove il cuneo è poco più della metà che da noi (secondo l’Ocse, 27,6% contro il nostro 47,6). Si può ripetere ancora una volta che il nostro costo del lavoro (cuneo compreso) è relativamente basso rispetto ai paesi europei. E che gareggiare al ribasso con la Polonia risolverebbe poco, perché poi dovremmo vedercela magari con la Romania, e poi la Corea, e poi la Cina, e poi il Vietnam, e poi il Bangladesh.

Bene, si dirà, anzi malissimo: perché quelli però chiudono bottega e lasciano a spasso migliaia di persone. Ma come mai ora, e non 29 anni fa, o 25, o sei anni fa, quando salari, cuneo e regolamentazione del lavoro non erano certo più favorevoli di adesso? Certo, 25 anni fa non c’era la globalizzazione, la Polonia stava dietro la “Cortina di ferro”, la Cina e compagnia erano fuori causa. Ma sei anni fa, nel 2008, tutte le condizioni che ci sono ora si erano già verificate da tempo. Tranne una: non si era ancora verificata la più grave e lunga crisi economica della storia recente.

E non si era ancora dato il caso che l’Italia subisse un così lungo periodo di crescita negativa, con il peggior risultato in Europa a parte la povera Grecia. Perché il problema della filiale italiana dell’Electrolux non è il costo del lavoro, ma il crollo delle vendite. Se si guarda il bilancio si nota subito che le vendite in Italia hanno avuto una contrazione molto superiore a quelle degli altri paesi europei. Ecco due tabelle tratte dal bilancio 2012.

Nel 2012 in Germania le vendite sono diminuite dello 0,74%, in Francia del 4,7% e nel Regno Unito sono invece aumentate del 4,16%. E in Italia? Un crollo del 16,74%. Il bilancio 2013 ancora non è disponibile, ma siccome l’anno scorso il Pil italiano è sceso di un altro 1,8% e i consumi hanno continuato a ridursi, certo le cose non sono migliorate. Questo risultato ha fatto sì che il valore delle vendite per addetto sia andato drammaticamente fuori linea rispetto ai valori degli altri paesi, risultando oltre cinque volte inferiore. E questo ha spinto la multinazionale svedese a intervenire.

Quando si dice che l’austerità ci sta uccidendo magari qualcuno pensa che sia un’affermazione esagerata, ma quello che accade si incarica di confermare che purtroppo non lo è. Poi, certo, può anche darsi che ci siano responsabilità aziendali, errori di marketing o organizzativi. Ma sarebbe strano che nel paese con la maggiore presenza in Europa ci fosse una conduzione aziendale particolarmente inefficiente.

Come si risolve il problema? Le prime notizie dicevano che il piano proposto dall’azienda scarica la maggior parte dell’onere sui salari. Ma permettere che le retribuzioni scendano ai 7-800 euro ipotizzati è impensabile e ci metterebbe su quella strada della concorrenza al ribasso che innescherebbe una spirale disastrosa: i salari non sono solo un mezzo di sopravvivenza dei lavoratori (e già questo dovrebbe bastare), sono anche quelli che alimentano i consumi, che valgono circa il 70% del Pil. Meno salari, meno consumi, Pil che continua a ridursi, altre aziende in difficoltà che chiederanno tagli dei salari…

Forse bisogna andarsi a ristudiare la crisi della Volkswagen del 1993. Allora si trattava di licenziare 30.000 persone, ma azienda, sindacati e governo fecero ognuno la loro parte per evitarlo. I punti salienti furono una riduzione dell’orario da 36 ore a 28,8 a settimana e una corrispondente riduzione dei salari, limitata però a un 10% su base annua. Il governo mise soldi, l’azienda si concentrò sull’aumento dell’efficienza. Oggi vediamo che quella storia ha avuto un lieto fine, dato che Volkswagen gareggia per il primo posto tra i costruttori mondiali. L’Elecrolux ha diffuso una precisazione secondo cui, insieme alla riduzione d’orario, i salari scenderebbero non della metà, ma dell’8%. Se è così, il piano non sarebbe molto diverso da quello Volkswagen. Su  quella base un accordo si potrebbe trovare.

 


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