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 Politica economica Riduci

Aiuti all’industria,
siamo ultimi in Europa

Gli aiuti di Stato sono generalmente vietati, ma sono ammessi per obiettivi specifici approvati dalla Commissione e gli altri paesi ne erogano dal doppio a quasi il triplo di noi, che da vent’anni non facciamo che ridurli. Il Rapporto Met fa il punto e mette in evidenza un altro fatto: al Sud non va più quasi nulla

(pubblicato su Repubblica.it il 25 nov 2013)

Ce l’abbiamo fatta! Taglia ieri, taglia oggi, siamo riusciti a scendere sotto la Gran Bretagna per valore degli aiuti pubblici all’industria. Ora siamo praticamente ultimi in Europa, meno aiuti di noi li erogano solo giganti industriali come Bulgaria ed Estonia. Il che, in un paese che dal 2008 ad oggi ha perso un quarto della sua produzione industriale, non sembra la scelta politica più azzeccata.

I numeri sono nel rapporto annuale del centro studi Met, curato da Raffaele Brancati e Andrea Maresca. Vent’anni fa l’Italia era il paese che erogava più aiuti (in rapporto al Pil), ma anno dopo anno gli stanziamenti si sono via via assottigliati: negli ultimi dieci anni sono diminuiti – considerando le variazioni dei prezzi per i beni d’investimento - del 70%. Nel 2012, in valore nominale, sono stati poco più di 2,2 miliardi.

Aiuti di Stato alle imprese, totali (strumenti non di sostegno alla "crisi") per paese, percentuale sul PIL, medie triennali e ultimo biennio, industria e servizi.

 

1992/1994

1995/1997

1998/2000

2001/2003

2004/2006

2007/2009

2010-2011

EU-27

0,86

0,78

0,50

0,59

0,47

0,46

0,45

Belgio

0,67

0,44

0,35

0,31

0,26

0,39

0,44

Germania

1,59

1,04

0,75

0,96

0,71

0,60

0,53

Irlanda

0,74

0,39

0,85

0,41

0,37

0,45

0,52

Spagna

0,80

0,74

0,67

0,82

0,47

0,41

0,37

Francia

0,47

1,17

0,45

0,36

0,42

0,53

0,58

Italia

1,23

0,96

0,48

0,41

0,36

0,28

0,19

Austria

0,00

0,29

0,26

0,33

0,50

0,47

0,57

Gran Bretagna

0,13

0,23

0,15

0,18

0,19

0,24

0,26

Ma allora le cifre di cui spesso si parla, enormemente superiori? C’è chi ha sparato 50 miliardi, altri dicono una trentina, secondo lo studio di Francesco Giavazzi per la spending review se ne potrebbero risparmiare 15 (per ciò che riguarda le sole imprese industriali 5,9). E’ che bisogna intendersi su cosa si fa rientrare nei sussidi, e anche sulla metodologia di rilevazione. Una cosa, per esempio, è basarsi sulle poste del bilancio statale, un’altra è raccogliere i dati dal basso, verificando che cosa effettivamente arriva nelle casse delle imprese. Met analizza quali fondi siano effettivamente agevolazioni per le imprese industriali, quindi utilizza quest’ultimo sistema e sottrae tutto ciò che va a Ferrovie, Poste, intermediari come le agenzie pubbliche, aziende turistiche e commerciali. Infine c’è un altro conto da fare. Alcuni aiuti sono per esempio mutui agevolati: un mutuo di 100 è iscritto in bilancio come un aiuto di 100, ma in effetti è solo un prestito. Quei soldi rientreranno, aumentati dell’interesse – seppure molto basso – previsto dall’agevolazione. Un’altra forma di intervento sono le garanzie sui prestiti: i 100 versati al Fondo di garanzia vengono iscritti a bilancio, ma in realtà non vengono spesi, perché, appunto, servono solo come garanzia di un prestito che l’impresa otterrà da una banca. Considerati tutti questi fattori si ottiene la cosiddetta “Equivalente sovvenzione lorda”, che sono appunto quei 2,2 miliardi finali.

In effetti l’aveva detto anche la Corte dei conti, nel Rapporto 2013 sul coordinamento della finanza pubblica: “L’esame condotto porta a ritenere che gli importi su cui è possibile ipotizzare uno spazio di razionalizzazione sono, almeno nel breve periodo, molto più ristretti di quelli ipotizzati. A fronte infatti di stanziamenti sul bilancio 2012 (appunto i 15 miliardi del rapporto Giavazzi) gli spazi effettivi di manovra sulle spese concretamente eliminabili possono stimarsi in 1.378 milioni per il 2012”.

Gli aiuti all'industria- serie storica

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

C’è poi un altro punto da chiarire. Tutti sanno, perché viene ripetuto spesso, che le regole dell’Ue vietano gli aiuti di Stato alle imprese. Il che è vero, ma le stesse norme prevedono anche la possibilità di deroghe, quando si vogliano perseguire obiettivi ritenuti particolarmente meritevoli o che il mercato non garantisce (la ricerca è un classico esempio di quest’ultimo punto). Gli aiuti a piccole e medie imprese (fino a 250 addetti) inferiori a 200.000 euro non devono nemmeno essere comunicati. Negli altri casi c’è una “notifica del regime di aiuto”, che la Commissione esamina e può approvare o meno. In linea di massima gli aiuti nei campi della ricerca, innovazione, occupazione e agevolazioni all’export ottengono il via libera.

E’ proprio la ricerca e innovazione, infatti, ad ottenere la maggior parte dei fondi superstiti, il 50% nell’ultimo biennio. In forte crescita anche il sostegno alle esportazioni e all’internazionalizzazione. il cui peso passa dal 3% al 12,6% del totale delle erogazioni, quasi esclusivamente grazie al credito agevolato all’export.

Come si usano gli aiuti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma dall’analisi del Met emerge prepotentemente un altro dato: di questi pochi soldi al Mezzogiorno non va quasi più nulla. Le erogazioni del Sud passano dal 71% di circa 6 miliardi al 38% di 2 miliardi. Il credito agevolato all’export è andato al 98% a imprese del centro-nord, del credito d’imposta per le spese in ricerca sono andati  al centro-nord circa 675 milioni di euro su 766 milioni disponibili nel triennio 2010-2012. Osserva il Rapporto: “Le politiche nelle regioni centro-settentrionali sono maggiormente finalizzate al sostegno di particolari obiettivi, il peso della spesa per il sostegno “generalista” agli investimenti è infatti molto più basso di quanto si verifichi al Sud (18,3% contro il 30,5% nell’ultimo biennio). L’elemento di maggiore discrimine è rappresentato dal rilievo delle politiche per l’internazionalizzazione, che rappresentano oltre il 20% della spesa al centro-nord, mentre sono praticamente assenti, in termini di risorse assorbite, nel Mezzogiorno. Nelle regioni centro-settentrionali si osserva anche una maggiore richiesta di strumenti dedicati alla diffusione di servizi qualificanti e alla riduzione dell’impatto ambientale (5,2% delle risorse 2011-2012, contro lo 0,4%)”.

Le regioni meridionali impiegano invece le scarse risorse che riescono ad ottenere per il sostegno all’occupazione. “L’obiettivo definito early stage, rappresentato dal supporto alle attività nascenti, è assorbito in maniera prevalente dalla misura relativa all’autoimpiego e alla microimpresa di soggetti svantaggiati”. La quota di risorse dedicate a questo obiettivo è dell’11,7% contro il 2% circa del centro-nord. “Il forte ridimensionamento della quota di risorse erogate alle regioni meridionali è quindi anche il frutto del progressivo, ancorché poco organico, ridisegno delle politiche che, in linea con le indicazioni di Bruxelles, ha favorito la diffusione di strumenti di policy volti a sostenere quelle attività e strategie rilevanti per la competitività, come la ricerca e l’internazionalizzazione per l’appunto, senza tuttavia prevedere l’introduzione di dispositivi e criteri in grado di controbilanciare, almeno parzialmente, la minore domanda del sistema produttivo meridionale di investimenti in questi ambiti aziendali”. In altre parole la riduzione degli aiuti al Sud dipende anche dal fatto che l’industria meridionale è meno orientata all’innovazione e all’export, settori privilegiati dalla politica degli aiuti orientata da Bruxelles, e spesso questi imprenditori non sono nemmeno in grado di presentare progetti che possano ottenere finanziamenti; e mancano del resto strutture pubbliche che li sostengano in questo compito.

Il Rapporto conclude osservando che, in base a questi dati, non si può parlare di un’industria nazionale sussidiata, nemmeno per il Mezzogiorno. E rileva che il dibattito su queste tematiche presenta aspetti che definisce “allarmanti”. Non solo per “la continua ripetizione di posizioni fondate su quantificazioni distorsive o errate”. Ma anche perché, “in presenza di una insoddisfazione diffusa nei confronti dell’efficacia delle politiche passate, il tentativo di ricorrere a un unico intervento universale (cuneo fiscale, scambio tra la riduzione degli incentivi con uno sgravio fiscale generale, etc.) rappresenta la principale ipotesi di politica sostenuta: in presenza di forti vincoli di bilancio tale strategia rischia di essere velleitaria e fuorviante. Nel quadro di finanza pubblica attuale e di regole europee, la necessità di scelte strategiche e selettive pare ineludibile”.


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