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 Stato sociale

Mito e realtà dell’”economia sociale”

Chiamata anche Non profit o Terzo settore, continua a riscuotere consensi tra politici e intellettuali anche progressisti, che vi vedono addirittura il modo di andare “oltre” l’attuale sistema di welfare. Le sue virtù, però, sono proclamate, ma mai provate. E anzi l’osservazione di quel che accade nella realtà dovrebbe far capire che si tratta di una strada senza sbocco e anche dannosa

(22 giu 2007)

L’utopia non è una cosa negativa, perché seleziona dei valori e indica una direzione. Bisogna stare attenti, però, a considerarla come tale, e non come equivalente di un programma politico, altrimenti si rischia di prendere delle cantonate. Molti di noi non hanno rinunciato a sognare il “mondo della libertà al di là della necessità”, ma la storia si è incaricata di fare strame di quelle teorie, e soprattutto di quelle pratiche, che avevano preso quell’obbiettivo troppo alla lettera. Siccome però gli stessi errori si possono fare in modi diversi, oggi siamo alle prese con un nuovo tentativo di realizzare un’utopia, anche se piccola piccola e con meno pretese palingenetiche: quella dell’”economia sociale”.

 

Si tratta di una teoria che ha già collezionato un buon numero di nomi e definizioni. Oltre a quello citato, Terzo settore, Non profit, economia solidale e ora, nel libro di Franco Archibugi di cui ha parlato su E&L Pierre Carniti (vedi qui), economia associativa. Al di là dei distinguo dell’uno o dell’altro autore, si tratta sempre della stessa cosa: una forma organizzativa promossa da privati (quindi non statale), ma – si afferma – senza fine di lucro (quindi diversa dalle imprese capitalistiche), che nella maggior parte dei casi ha la forma di una cooperativa e che può avere l’apporto di volontari. Lo scopo sarebbe quello di gestire un nuovo tipo di welfare, pagato sempre con i soldi pubblici, ma gestito appunto da privati: Verrebbe così superata la vecchia organizzazione burocratizzata e spersonalizzata, e per questo spesso incapace di cogliere i reali bisogni sociali. E siccome chi sceglie di lavorare in queste organizzazioni è mosso da una forte motivazione, il servizio erogato sarebbe senza dubbio migliore, grazie a quello che uno dei più noti sostenitori italiani di questa via, l’economista bolognese Stefano Zamagni, ha definito “un supplemento d’anima”.

 

Il quadretto è tanto idilliaco quanto mitico, e stupisce che persone acute, preparate, con esperienza del mondo e senza interessi diretti nella questione (aspetto, quest’ultimo, che in molti casi non è affatto da sottovalutare) lo prendano per buono senza sottoporlo a un minimo di verifica della realtà. A favore di questa prospettiva si sono espressi alcuni fra i più autorevoli intellettuali progressisti, quelli stessi i cui discorsi e i cui scritti ci hanno tante volte aperto nuove prospettive o aiutato ad elaborare nuove idee, quelli che non esiteremmo a definire “maestri”: per fare qualche nome, non solo Carniti, che parlando del libro di Archibugi ne sposa in pieno le tesi, ma anche Giorgio Ruffolo, anche Giuliano Amato. Sull’ecomia sociale converge un forte filone della cultura cattolica, perché vi vede realizzato il principio della sussidiarietà; di quella liberale, perché vi vede un auspicabile “dimagrimento” delle Stato; e anche di quella di sinistra, perché è in fondo una riedizione dell’idea cooperativa. Altro che “bipartisan”, è un plebiscito!

 

Cominciamo con il chiarire alcuni elementi di base. “Non profit” non significa affatto che queste “imprese sociali” non perseguano il profitto, obiettivo che gli stessi protagonisti rivendicano esplicitamente. Il non profit si riferisce eslusivamente alla remunerazione del capitale. Queste imprese non si propongono affatto di chiudere il bilancio in pareggio, ritengono corretto, anzi indispensabile, produrre utili.

 

Un secondo elemento di confusione è fare un tutt’uno fra le imprese sociali e il volontariato. E’ vero che in alcuni casi ci sono volontari che prestano la loro opera, ma le due cose sono e devono essere viste come ben distinte. Non a caso, alcuni anni fa, il volontariato ha sentito la necessità di varare una sua “carta dei valori” proprio per marcare la differenza fra un movimento che fa della gratuità e del dono la sua caratteristica e organizzazioni che, pur non remunerando il capitale, si muovono nella logica del profitto e retribuiscono (assai poco, come vedremo) i loro addetti. Vorremmo qui sottolineare che l’utilizzo di volontari non è una caratteristica esclusiva dell’economia sociale: usufruiscono della loro opera anche strutture pubbliche, di solito a livello locale. E del resto, non si vede perché non dovrebbe essere possibile.

 

Il terzo elemento di confusione è quello di continuare pervicacemente a interessarsi della teoria senza tenere in nessun conto quanto accade nella realtà. E la realtà è quella efficacemente descritta in un’inchiesta di Report, il programma di Rai3 condotto da Milena Gabanelli, su alcuni aspetti della sanità nel Lazio, inchiesta di cui abbiamo riferito anche su E&L (vedi Il profit del non profit). Una galassia di cooperative che spesso durano lo spazio di un appalto, ma che fanno capo sempre alle stesse centrali e riescono misteriosamente a vincere le gare in modo da realizzare un’equa distribuzione tra bianche, rosse e nere. Dipendenti o soci delle cooperative con contratti perennemente precari, malissimo retribuiti e privi delle più elementari garanzie sindacali. Provate a chiedere a un ausiliario precario da dieci anni e con uno stipendio di 800 euro al mese quanto “supplemento d’anima” si sente di mettere nel suo lavoro. Provate a chiederlo agli addetti alla mensa, pagati 320 euro, che hanno un contratto part-time di tre ore al giorno, ma diviso in due parti: dalle 7,30 alle 9 e dalle 12,30 alle 14. Provate a chiederlo a quelli che hanno visto che sul bando di gara era prevista una retribuzione di 14,49 euro l’ora, mentre in busta paga gliene danno 6,55. Queste persone non sono volontari che hanno deciso di dedicare agli altri una parte del loro tempo libero, è gente che cercava un lavoro e si adatta a far questo perché non trova di meglio. “Supplemento d’anima”?...

 

Già, si obietta, ma il welfare costa già troppo adesso e i bisogni sono crescenti. In questo modo almeno si risparmia… Ora, a parte il fatto che staremmo parlando di risparmi ottenuti a scapito della correttezza del rapporto di lavoro, il bello è che non è vero neanche questo. I sindacati autonomi dell’ospedale Sant’Andrea di Roma, che fa largo uso di questi “esternalizzati”, hanno calcolato che il costo dei vari appalti è superiore di ben il 25% al costo di un analogo numero di persone regolarmente assunto. L’anima di chi ha organizzato tutto questo avrebbe urgente bisogno, quantomeno, di una bella confessione..

 

Insomma, alla prova dei fatti l’economia sociale si rivela un bluff, per non dire una truffa. Un’altra “terza via” che non porta da qualche parte, ma è solo un vicolo cieco. In realtà un altro capitolo della lotta inesausta per accaparrarsi fondi pubblici, senza che poi nessuno controlli come vengono usati. Anche perché, a volte, quelli che dovrebbero controllare hanno loro stessi le mani in pasta. Come l’assessore alla sanità della Regione Lazio, per esempio, Augusto Battaglia. Uno che per fare questo mestiere si è dimesso da senatore (Ds). Battaglia è uno dei fondatori della Comunità di Capodarco: sarà un caso che è proprio a questa Comunità che fanno capo numerose cooperative che fanno la parte del leone negli appalti della sanità laziale?

 

Naturalmente, in questo mondo agisce effettivamente un certo numero di persone spinte da una motivazione “di servizio”, esistono cooperative o imprese sociali che svolgono il loro compito in modo lodevole e spesso si occupano di ambiti in cui l’offerta pubblica di servizi è scarsa o inesistente e quella privata scarsa o molto costosa. Ma non si può fondare una strategia politico-economica sulla “buona  volontà”, che a volte c’è e altre volte no. Come, del resto, nel settore pubblico, all’interno del quale non mancano strutture di qualità che svolgono benissimo i propri compiti. E nemmeno si può presupporre che una motivazione che si sente magari in modo forte a vent’anni possa rimanere la stessa anche per i quarant’anni successivi.

 

Le società moderne, per soddisfare bisogni ritenuti socialmente rilevanti e rispetto ai quali l’offerta del mercato è inesistente o troppo costosa (o meno efficiente: aspetto, questo, tutt’altro che raro ma che spesso viene trascurato), hanno costruito un settore “non profit” per definizione: quello pubblico. Un settore in cui ci sono, o dovrebbero esserci, regole certe, diritti definiti da norme e leggi e dove il “supplemento d’anima” non è affatto sgradito, ma dovrebbe essere preceduto da procedure e controlli di qualità che garantiscano i livelli del servizio quando il “supplemento” manca o si esaurisce. Nulla impedisce che si studi come incanalare e utilizzare meglio il numero crescente di coloro che sono disposti a dedicarsi ad attività di volontariato. Volontariato, però: quello gratuito che con il mercato non c’entra manco da lontano. L’impresa sociale, invece, resta uno strano ibrido tra ideologia e sottogoverno la cui maggiore efficacia ed efficienza, unita al minor costo, è stata finora ripetutamente affermata, ma mai dimostrata. Continuando a vagheggiarne il mito si corre il rischio concreto di sprecare risorse, mantenendo per giunta chi vi lavora in una situazione di sottosalario e di mancanza di garanzie e di prospettive.


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