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 Politica economica Riduci

Ocse, sull’acqua ai privati
raccomandazione su richiesta
L’organizzazione caldeggia all’Italia la completa privatizzazione dei servizi idrici. Ma è largamente noto a chi sa qualcosa del funzionamento di questi organismi internazionali che considerano uno dei loro compiti aderire alle richieste dei governi di appoggiare provvedimenti che risultano impopolari
 
(pubblicato su Repubblica.it il 10 maggio 2011)
 
“L'Ocse raccomanda all'Italia la completa privatizzazione della fornitura e del trattamento dell'acqua, dove fattibile", nonché l’istituzione di un’autorità di controllo sul settore. Ma guarda un po’ che coincidenza: mai prima d’ora l’Ocse si era occupata dei servizi idrici italiani, e quando lo fa? A poco più di un mese dai referendum che dovrebbero decidere appunto su questo problema. Non solo, l’organizzazione entra ancor più nello specifico, precisando che le compagnie idriche dovrebbero poter far pagare prezzi che riflettono in toto i costi, inclusa la necessità di rinnovare le infrastrutture. E’ appunto il quesito del secondo referendum in materia. Il primo, come si ricorderà, vuole abolire l’obbligo di affidare il servizio a società di tipo privatistico mediante gara, mentre l’altro vuole vietare la possibilità di caricare sulle tariffe il costo degli investimenti.
 
Diciamo subito che su questo secondo punto in particolare si è aperto un dibattito anche all’interno della sinistra, tanto che Enrico Letta, uno dei dirigenti di prima linea del Pd, ha dichiarato nel giorni scorsi che bisognerebbe votare “sì” al primo referendum e “no” al secondo. Molti ritengono che se non si permette di caricare sulle tariffe il costo del capitale necessario agli investimenti questi ultimi semplicemente non si faranno, mentre per l’ammodernamento della nostra rete idrica ce ne sarebbe un’assoluta necessità. E’ bene però sottolineare che questa è una tesi che può essere discussa. Quello dell’acqua è un servizio essenziale e in base a questa caratteristica, secondo altri, sarebbe più corretto che i costi per gli investimenti fossero a carico della fiscalità generale. E non è decisiva neanche l’obiezione che, per educare a non sprecare, la tariffa dovrebbe essere sufficientemente elevata: lo stesso risultato si può benissimo ottenere modulando le tariffe in base ai consumi (cioè, oltre una “fascia sociale”, che più consuma più paga), come già avviene per esempio per l’energia elettrica. Il costo reale degli investimenti, d’altronde, non è facile da verificare come potrebbe sembrare, così come non è facile stabilire al di là di ogni dubbio quali siano gli investimenti davvero necessari e che riflessi ci debbano essere sulla tariffa per remunerarli in maniera adeguata ma non troppo generosa. In altre parole, ci può essere il rischio che una remunerazione degli investimenti fatta in questo modo si trasformi comunque in una tassa a carico dei cittadini, ma occulta invece che palese.
 
Ma torniamo all’Ocse e alle sue raccomandazioni. Come si spiega questa singolare tempestività nell’occuparsi proprio di questi problemi, con i referendum alle porte e pochi giorni dopo che il governo ha annunciato che sarà costituità un’apposita Authority? Si spiega molto facilmente. E’ largamente noto a chi sa qualcosa del funzionamento di questi organismi internazionali che considerano uno dei loro compiti appoggiare provvedimenti che i governi vogliono prendere, ma che risultano impopolari. Tagli di spesa, per esempio, o riforme che riducono i vantaggi del welfare State. E’ altrettanto noto che spesso sono gli stessi governi interessati a chiedere a queste organizzazioni di prendere posizione, in modo da poter dire all’opinione pubblica: “Certo, è una misura dolorosa, ma che possiamo fare? E’ tanto necessaria che ce la chiede anche l’Ocse (o il Fondo Monetario, o la Commissione Europea…)”. E se qualcuno avanzasse dubbi in proposito, chi scrive può affermare di aver sentito con le sue orecchie un altissimo dirigente di una di queste organizzazioni, nel corso di un colloquio off the records, ammettere che è proprio così, che questa non è una diceria ma quello che effettivamente accade.
 
Alla luce di questa informazione, quanto vale, allora, il consiglio dell’Ocse?

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