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 Politica economica Riduci


Oggi non si fa crescita, domani sì

L'uscita dalla recessione è di nuovo rinviata, ma il presidente della Bce Mario Draghi non cambia le ricette che hanno dimostrato di essere dannose e insiste sull'austerità, come la Commissione Ue. Continuano a ripetere che la crescita sta per arrivare, ma in arrivo c'è invece il "fiscal compact" che darà il colpo di grazia. L'alternativa c'è, ma è testardamente rifiutata
(pubblicato su Repubblica.it il 6 giu 2013)
"Oggi non si fa credito, domani sì". In molti negozietti dell'Italia rurale è ancora esposto questo cartello, considerato più accattivante del severo "Non si fa credito" e basta. Se sostituiamo "credito" con "crescita" potremmo regalare quel cartello alla Bce (ma anche alla Commissione e, soprattutto, alla signora Merkel e a herr Schaeuble, il suo ministro dell'Economia). La crescita, stando alle loro dichiarazioni, è sempre lì lì per tornare, ma poi, quando arriva la scadenza prevista, voilà, un nuovo rinvio. Ma naturalmente non è colpa della politica di austerità imposta all'eurozona, che anche oggi Draghi ha difeso. E' colpa dei paesi che non fanno le riforme o non ne fanno abbastanza, è colpa dell'incertezza sui mercati, è colpa dei salari che non scendono abbastanza, è colpa dell'insufficiente flessibilità del lavoro, è colpa degli errori passati...
Poco importa che tutti i caposaldi della dottrina dominante si stiano sgretolando, non solo perché molti economisti ne dimostrano l'inconsistenza teorica, ma soprattutto per la dura prova dei fatti. Non è vero che la bassa crescita sia conseguenza di alti debiti pubblici, non è vero che la flessibilità del lavoro favorisca l'aumento della produttività, non è vero che le politiche di austerità abbiano effetti espansivi, non è vero che bastino tagli feroci alla spesa pubblica per far scendere il rapporto debito/Pil. I leader europei restano impermeabili alle smentite. Oggi il commissario agli affari economici Olli Rehn se l'è presa anche con il Fondo monetario internazionale, di cui è stato diffuso un documento (che avrebbe dovuto restare riservato) in cui si ammettono degli errori nella gestione della crisi greca, quella gestione che ha dato origine alla tempesta sui debiti pubblici e sull'euro. Intanto la Grecia avrà anche quest'anno una contrazione del Pil del 4,5% (salvo peggioramento futuro delle stime, a cui siamo ormai abituati) e il suo rapporto debito/Pil, che era attorno al 120% prima della "cura", veleggia verso il 170%. Ma niente paura: le previsioni dicono che il prossimo anno la Grecia tornerà a crescere. Appunto: oggi non si fa crescita, domani sì.
Ma domani, cosa succederà davvero domani? Domani - per l'Italia a partire dal 2015 - entrerà in funzione il "fiscal compact", l'accordo secondo cui bisogna ridurre ogni anno il debito finché non si scende al 60% del Pil. Per noi vuol dire un'ulteriore stretta di una cinquantina di miliardi ogni anno, almeno per una ventina d'anni. Altro che crescita.
Ci sarebbe un'altra strada? Sì, perché quello che conta è il rapporto debito/Pil, e questo rapporto scenderebbe anche se invece di tagliare si puntasse a far aumentare il Pil. Ma bisognerebbe spendere, e tutti gli accordi che abbiamo firmato ce lo vietano, tutti i responsabili europei lo considerano una bestemmia. Abbiamo appena saputo che il Giappone sta varando una manovra che vale il 40% del Pil, una cosa mai vista. A noi basterebbe molto meno. Abbiamo parlato di una ricerca secondo cui basterebbe un 5% del Pil di investimenti pubblici ben fatti per far crollare il fatidico rapporto a circa l'85% in cinque anni. Abbiamo verificato che questa strada non funziona, bisognerebbe almeno provare a seguire l'altra. Ma nessuno ha intenzione di farlo.

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