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 Politica Riduci

La destra alla conquista 
della sinistra
Le forze politiche di destra presenti oggi sono una corte dei miracoli ripudiata persino da chi per tanti anni le ha votate. Ma questi elettori hanno ora trovato in Matteo Renzi un possibile rappresentante e potrebbero fargli vincere le primarie e conquistare il Pd. Se accadesse sarebbe la fine di qualsiasi prospettiva progressista
 
(pubblicato su Eguaglianza & Libertà il 13 nov 2012)
 
Nel vecchio linguaggio politico si chiamava “entrismo”. Perché consisteva nell’entrare in un partito sulle cui linee non si era d’accordo per cercare di cambiarlo, appunto, dall’interno. Di norma, però, si faceva con un partito di cui si condividevano i valori e l’impostazione generale, ma magari non la strategia o le alleanze, o qualche specifico aspetto. Si faceva insomma con un partito a cui ci si sentiva vicini, in sintonia con la propria visione della vita e della società.
 
Oggi questo fenomeno ha cambiato di qualità. Il partito oggetto dell’”entrismo” è il Pd, come molte volte era accaduto in passato al vecchio Pci. Ma l’obiettivo è cambiarne del tutto i valori e la cultura e farlo diventare un partito di destra. Una destra moderna, con le facce più pulite di quella tradizionale (anche se non tutte). Ma destra comunque, senza se e senza ma, come oggi va di moda dire.
 
Perché accade questo? Perché la destra italiana, quella presente sulla scena politica, è inutilizzabile. In anni ormai abbastanza lontani per il suo legame col fascismo, da Berlusconi in poi perché è diventata una corte dei miracoli ricolma di affaristi, faccendieri, malfattori, voltagabbana, populisti, nani e ballerine, dilettanti. Ovviamente c’è anche qualche politico “vero” e un certo numero di persone oneste, che però portano ormai la macchia di non essersi separati da cotale compagnia. Forse all’inizio Berlusconi poteva essere una scommessa anche per loro, nonostante i vizi d’origine ben chiari fin d’allora. Ma non servivano certo tre lustri per accorgersi di quale fosse la vera pasta del fondatore di Forza Italia.
 
Oggi, nelle macerie dei partiti della Seconda Repubblica, il meno diroccato è il Pd, dato finora da tutti i sondaggi come il vincente delle prossime elezioni, leggi-truffa elettorali permettendo. E dunque per vincere bisogna prendere il Pd.
 
Ma si può “prendere”, il Pd? Forse sì. Lo diranno le primarie. Una vittoria di Matteo Renzi segnerebbe una cesura netta non tanto con quel che resta della lontana eredità del Pci, con tutte le sue successive trasformazioni, ma soprattutto con una visione del mondo, condivisa anche da varie componenti di tradizione cattolico-democratica, che pone alla sua base il lavoro, la solidarietà e la ricerca dell’eguaglianza. Renzi ha tutta un’altra visione politica, che emerge tanto da quello che dice che dalla “squadra” che si è scelto.
 
Renzi è quello che applaude al ricatto di Pomigliano, salvo poi criticare Marchionne, “a babbo morto”, quando questi ammette che i favolosi investimenti promessi erano, appunto, favole. E’ quello che dice che dell’articolo 18 “non me ne può fregare di meno”, che "una parte anche del mondo sindacale declina il concetto di solidarietà con un armamentario ideologico che risale ad una cultura sconfitta nel corso della storia", la storia che, secondo lui, ha reso obsoleti gli stessi concetti di destra e sinistra. Il suo braccio destro è Marco Carrai, costruttore, molto ben introdotto nel mondo degli affari, che procura al sindaco di Firenze contatti preziosi (oltre che finanziamenti). Carrai è di Comunione e Liberazione. Il consigliere economico è Luigi Zingales, economista che insegna a Chicago, che è anche tra i fondatori di “Fermare il declino”, un movimento politico di forte orientamento neo-liberista. Lo spin doctor è Giorgio Gori, per un paio di decenni l’uomo delle televisioni di Berlusconi, quello a cui dobbiamo programmi come “Il Grande Fratello” e “L’isola dei famosi”. Alla squadra si è aggiunto anche Giuliano Da Empoli, che ha rapporti con persone dell’entourage di Clinton e di Blair, cioè dei due leader che con un “new” hanno reciso le radici culturali della sinistra.
 
Secondo poi una notizia riportata dal quotidiano Il Tempo Renzi avrebbe appena aderito – anzi, co-fondato – a un’associazione che si chiama “Solidarietà e democrazia”, firmandone la carta dei valori, insieme a Maurizio Sacconi e Gianni Alemanno. Speriamo vivamente che questa notizia venga smentita. Sacconi è stato il ministro del Lavoro che più pervicacemente si è adoperato per distruggere l’unità d’azione sindacale e per emarginare la Cgil, oltre a distinguersi, per esempio, per aver eliminato come primo atto del suo ministero la normativa contro le dimissioni in bianco varata dal centro sinistra, provocando negli anni successivi una caterva di licenziamenti (pardon, “dimissioni”) in particolare di lavoratrici che dovevano andare in maternità. Quanto al sindaco di Roma, resterà nella storia della città solo per il record nel sistemare parenti, amici, amici degli amici, ex picchiatori neri e persino ex terroristi. Quali valori si possano condividere con persone del genere è davvero difficile da immaginare.
 
E perché mai, alle primarie, il popolo della sinistra dovrebbe votare un tale personaggio? La risposta ce la dà un sondaggio effettuato dalla Ipsos per Ballarò del 23 ottobre. Alla domanda “Voterebbe per il Pd guidato da Bersani?” la somma dei “sicuramente sì” e “probabilmente sì” raggiunge l’83% tra gli elettori di centro sinistra presenti nel campione e il 37% nel campione complessivo. Per Renzi, alla stessa domanda, si dichiara il 61% degli elettori di centro sinistra ma il 45% del totale del campione. Cioè: nel centro sinistra Bersani vince con grande distacco, ma ci sono molti elettori di centro destra che voterebbero Renzi.

 

Voterebbero, o voteranno? Quanti di questi “ammiratori” si iscriveranno alle primarie per votare il sindaco di Firenze? La richiesta di sottoscrivere, per poter votare, il manifesto del centro sinistra non è certo un grande ostacolo. L’incognita delle primarie è tutta lì.
 
Ma, potrebbe obiettare qualcuno: quel sondaggio dimostra che Renzi ha maggiori potenzialità di successo alle politiche, che è quello che conta. Certo, conta. Ma conta anche, se si vince, per fare che cosa. Per appoggiare lo smantellamento dei diritti dei lavoratori, modello Pomigliano? Per permettere che quel che resta dell’articolo 18 sia buttato alle ortiche? Per continuare a picchiare sulla Cgil? Per perseguire “valori comuni” con Sacconi e Alemanno? E che ce ne facciamo, di una vittoria per fare queste cose? Meglio tenersi Monti, allora, almeno la situazione è più chiara.
 
Il cerchio si chiude. Renzi è un uomo con idee di destra, che dunque piace alla destra, che dunque lo voterebbe (lo voterà?). Se vince lui, che ha già avvertito “chi non è d’accordo se ne vada”, Il Pd non esce dal campo della sinistra, esce dal campo progressista. E gli elettori di destra, privi di una destra votabile, riusciranno lo stesso a vincere le elezioni.

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