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 Politica economica Riduci


Pangloss a via Nazionale

Nelle Considerazioni finali del governatore di Bankitalia Ignazio Visco molti (giusti) richiami sui ritardi della politica nazionale, ma nessuna analisi critica della disastrosa strategia anti-crisi europea, come se, secondo le tesi del filosofo inventato da Voltaire, vivessimo "nel migliore dei mondi possibili"
(pubblicato su Repubblica.it il 31 mag 2013)
I problemi sono quelli già noti, le politiche adottate finora nei vari casi vanno bene e hanno semmai il solo difetto di non essere state in tutto o in parte attuate, non servono sforzi di fantasia ma solo di perseverare e non deviare dal sentiero tracciato. E' più o meno questo il senso che si ricava dalle Considerazioni finali del governatore di Bankitalia Ignazio Visco. Più attenzione a ripetere le motivazioni delle decisioni prese che a disegnare scenari, più insistenza sui ritardi della politica italiana che esame critico di quella europea.
Certo, non mancano accenti critici, ma, appunto, tutti rivolti all'interno. Rispetto alla strategia anti-crisi europea si ha invece l'impressione che nella stesura del documento ci si sia ispirati a Pangloss, il filosofo del Candide di Voltaire secondo cui alla fin fine viviamo nel migliore dei mondi possibili.
Il governatore Ignazio Visco"Avevamo già argomentato un anno fa come i livelli raggiunti dai tassi sovrani in molto paesi dell'area riflettessero non solo il deterioramento delle prospettive nazionali di crescita e di finanza pubblica, ma anche un fattore di rischio sistemico, poi definito "rischio di ridenominazione", connesso con fattori di disgregazione dell'unione monetaria dovuti anche all'incompletezza del suo disegno istituzionale". Quest'ultimo "anche" è rivelatore del fatto che non solo all'incompletezza istituzionale si deve attribuire quel rischio di disgregazione, ma chi siano stati gli altri responsabili Visco non lo dice. Altrimenti avrebbe dovuto chiamare in causa i leader dell'Unione, e segnatamente la signora Merkel (ma anche la Commissione, la Bce, il Fondo monetario) per la gestione drammaticamente sbagliata della crisi greca, da cui quel rischio è derivato. E anche il suo predecessore Mario Draghi, che ha aspettato un anno a pronunciare quel "whatever it takes" ("tutto quello che sarà necessario") che è stato decisivo per scoraggiare gli attacchi speculativi che avevano mandato gli spread alle stelle.
Certo, non si può chiedere al governatore di Bankitalia di attaccare i capi di governo e il presidente della Bce, ma una denuncia anche generica del fatto che si sono commessi drammatici errori, beh, quella ci poteva e ci doveva stare.
Così come non c'è una parola sul fatto di aver puntato tutto e solo sulle politiche di austerità, di cui oggi vediamo i tristi risultati e su cui persino il Fondo monetario ha fatto autocritica. "Tra i paesi avanzati, gli Stati Uniti sembrano avviati a un graduale ritorno ai ritmi di crescita che hanno caratterizzato le più recenti fasi di ripresa": certo, accettando deficit pubblici anche prossimi al 10% del Pil e adottando una politica monetaria ultra-espansiva, cosa che l'Europa non ha fatto (rispetto al primo punto) o ha fatto in modo assai meno deciso (riguardo al secondo). Insomma, il dibattito che infuria tra gli economisti di tutto il mondo sulle strategie anti-crisi rimane del tutto assente dalle Considerazioni.
Ma forse ciò è dovuto al fatto che Visco sembra assai vicino al "partito dell'austerità". Parlando dell'Italia afferma infatti: "È illusorio per noi pensare di uscire dalla crisi con la leva del disavanzo di bilancio: il margine di fiducia che risparmiatori e operatori di mercato attualmente ci concedono è stretto", e dobbiamo collocare ogni anno titoli per circa 400 miliardi. E' vero, ma forse quella fiducia aumenterebbe se riuscissimo a spezzare la spirale negativa dei dati sul Pil, la disoccupazione, la produzione, il reddito disponibile, il risparmio. Siamo sicuri che per riuscirci basti il pareggio di bilancio, e non servano invece un po' di investimenti pubblici? Siamo sicuri che la riduzione del cuneo fiscale che Visco propone (bocciando, senza nominarla direttamente, l'eliminazione dell'Imu) sia sufficiente e rilanciare la produzione, se la domanda interna continua a crollare?

Insomma, da Bankitalia non arrivano suggerimenti di svolte, ma solo il pressante invito - giustissimo, per carità - a risolvere quegli annosi problemi (burocrazia, giustizia, corruzione, evasione fiscale) che zavorrano il nostro paese. Ma, come osserva il governatore, "le riforme di struttura richiedono tempo". E se intanto non si fa qualcos'altro rischiamo come epitaffio la famosa battuta usata in medicina: "L'operazione è riuscita, ma il paziente è morto".

Commenti
Manfredi Manfrin - Seguo sempre volentieri le opinioni di chi pensa con la propria testa (come lei). Però mi pare che lei ed altri, forse anche più "blasonati" (Krugman, Stiglitz), stiate perdendo di vista il vero nocciolo della questione sul tema "crisi e austerità". Che, purtroppo per tutti noi, è semplicemente che non c'è più nessun motivo per cui io, che faccio il dirigente di azienda, debba costare 100.000 euro l'anno, quando un bravo cinese o indiano può fare altrettanto bene il mio lavoro, costando un quarto. E così a scendere nella "scala gerarchica" dei lavori.
 
La cruda verità è che nel complesso, noi ex-Ocse non siamo più in grado di giustificare il differenziale di reddito con un differenziale di produttività. E' come se in un mastello pieno d'acqua fino all'orlo si fosse aperto un foro alla base e l'acqua esca e si distribuisca uniformemente sul terreno: il suo livello sarà molto più basso e chi si trova in mezzo alle turbolenze prodotte dalla fuoriscita da un foro stretto ha anche i suoi bei guai!
 
Nel breve termine le risorse (la quantità di acqua) sono relativamente costanti; "noi" prima della caduta del muro di Berlino, riuscivamo ad appropriarcene in misura superiore a quanto ci spettava grazie a tre elementi: 
1) "rubavamo" le materie prime
2) spendevamo a spese delle future generazioni
3) godevamo della "protezione" garantita dall'equilibrio dei missili, per cui nessuno spostava lo status quo perché era molto pericoloso.
 
Ora, o torniamo a creare risorse, se possibile senza distruggere il pianeta, o ci adattiamo ad un livello di vita più basso; ma ci vorrà comunque del tempo e la strada sarà penosa. E non è che ridistribuendo fra 7 miliardi di persone la ricchezza di Jobs, Gates & C. le cose cambierebbero tanto, anche perché quella ricchezza, non lo dimentichi, è in gran parte "carta". La stessa "carta", purtroppo, che, imitando maldestramente e astoricamente Keynes 70 anni dopo, Krugman e Stiglitz vorrebbero distribuire a tutti noi sotto forma di debito pubblico, cioè carta. Ci dimentichiamo che ai tempi di Keynes lo Stato non valeva mica la quota sul PIL che ha oggi. Senza far intervenire considerazioni sull'enorme inefficienza e corruzione che l'intermediazione politico-burocratica genera.

Mi è ricapitato fra le mani un libro che ha avuto fortuna negli anni '70 nel "movimento", in particolare piaceva a Toni Negri: "La crisi fiscale dello Stato" di O'Connor. Profetico e da rileggere.
 
Carlo Clericetti - Condivido molte cose della sua analisi, ma le sottopongo alcuni elementi di riflessione. Non c'è dubbio che il nostro tenore di vita sia stato fino a poco tempo fa fondato su un'appropriazione di risorse dei paesi meno avanzati, e infatti la prima grande crisi dell'economia mondiale post-bellica è stata quella del '73, quando decisero di farci pagare il petrolio un po' di più. E non c'è dubbio che la globalizzazione metta in questione i livelli di benessere della maggior parte degli abitanti (non di tutti!) dei paesi di più antico progresso economico. Ma il motivo, secondo me, deriva più da quello che il vecchio Marx diceva sull'"esercito industriale di riserva" che dalla quantità di risorse da distribuire.

L'immagine dell'acqua che si distribuisce più uniformemente è efficace ed è stata usata anche dal mio vecchio direttore, Eugenio Scalfari, più di una volta, ma il concetto mi sembra sbagliato. La quantità d'acqua non è data, la nostra attività può farla aumentare in modo esponenziale. Lei osserverà giustamente che c'è un limite di risorse fisiche (il consumo del pianeta). Ma anche questo problema può essere affrontato dal progresso scientifico e tecnologico (un esempio per i problemi energetici: i combustibili fossili prima o poi finiranno, ma probabilmente nel frattempo saremo riusciti a realizzare la fusione nucleare fredda e a ricavare energia dall'idrogeno). Il problema è di orientare il nostro sviluppo in modo da non distruggere il pianeta, ma non credo che questo renda necessaria la "decrescita", come qualcuno sostiene: rende sicuramente indispensabile una crescita "diversa". Fede illuministica? Può darsi, ma è un fatto che i progressi dell'ultimo secolo sono infinitamente superiori a quelli di tutti i milioni di anni precedente messi insieme.

Un discorso analogo vale per l'indebitamento: bisogna vedere per che cosa ci 
s'indebita. Lei da dirigente d'azienda avrà chiesto presiti, ma il suo scopo non era di lasciare ai suoi successori un'azienda "spremuta" (dopo di me il diluvio), ma 
un'azienda che grazie a quei debiti sarebbe stata in grado di produrre più ricchezza e quindi di ripagarli e guadagnarci anche. Per gli Stati vale lo stesso discorso.

Poi, bisogna sempre fare attenzione alla differenza fra i problemi congiunturali e 
quelli di lungo termine. Stampare carta non è la soluzione per i secondi, ma può 
essere necessario per superare i primi, in modo da evitare che una fase negativa distrugga attività che torneranno a produrre ricchezza, che riequilibrerà la carta in eccesso.

Naturalmente non c'è nulla di scontato in tutto questo. Le scelte possono essere 
buone (e allora probabilmente risolveranno i problemi) o cattive (e allora la storia 
farà dei passi indietro: non penso che ci sia sempre una marcia trionfale verso il progresso, gli arretramenti sono sempre possibili). Ma qui siamo nel campo della politica, che è appunto l'attività che serve a determinare le scelte.

Manfredi Manfrin
- Mi creda, non ho plagiato, Scalfari che non leggo da anni
perchè
lo trovo un insopportabile trombone moralista. L'immagine dell'acqua è,
purtroppo corretta: le risorse sono, fisicamente, finite Lo stock è grande ma non
illimitato e non è dato di aumentarlo con la tecnologia. Nemmeno l'economia viola il secondo principio della termodinamica; semplicemente si avvale del fatto che il pianeta è un sistema aperto e riceve dal sole, per la maggior parte, l'energia che serve a far "crescere" apparentemente, tramite la tecnica, le risorse a nostra disposizione. Ma, a parte l'energia, la terra, l'acqua etc, sono in quantità finita, seppure grande. Che poi la
mente umana trovi il modo di sfruttare gli scisti bituminosi con la tecnica shale, non
cambia la situazione. Malthus aveva ragione, solo sbagliava i conti.

Se condivide che la crisi è strutturale, non si capisce come potrebbero essere efficaci misure tipicamente congiunturali, quali stampare carta. Un'azienda che ha debiti pari al 60% dei ricavi è un'azienda in sviluppo; una che ha debiti pari al 130% dei fatturati è decotta, a meno che non guadagni tantissimo (e le percentuali non sono a caso).
 
Non sono un sostenitore della descrescita; sono un sostenitore dell'innovazione, sociale, in primo luogo. Quella tecnologica purtroppo ormai è in mano a chi la può indirizzare come gli conviene e non c'è da farci illuministicamente molto conto (vedi shale gas).
 
L'esercito industriale di riserva: certo che è una chiave di lettura della globalizzazione, tra le più giuste. Ma qui c'è la miopia di chi ha pensato di mungere la mucca del capitale all'infinito pensando che si sarebbe lasciato mungere docilmente. Purtroppo il movimento sindacale (e lo stesso movimento "democratico" in generale) non si sono accorti che più diventavano "forti" e più ponevano le basi per la loro implosione. La riorganizzazione resa possibile dalla mobilità del capitale e dalla tecnologia hanno distrutto le possibilità stesse di aggregazione degli interessi del lavoro e con questo hanno fatto dissolvere il conflitto industriale, che è il frame che aiuta a leggere almeno 150 anni di storia del mondo.
 
Mi creda, è Keynes l'inventore dell'economia di carta dei derivati & c. che producono bolle; i suoi tardi epigoni non hanno nulla da insegnarci. Torniamo a Smith, a Ricardo, e se vuole, anche a Carletto (e non è lei), why not?
 
Carlo Clericetti - Le risorse sono finite, ma il modo di usarle è passibile di evoluzioni straordinarie, a volercisi mettere (semmai è questo il problema più grosso). La strada è di smaterializzare il più possibile la ricchezza, concentrandosi sulla ricerca di tecnologie che non consumino e di fonti rinnovabili. Non dico che sia semplice né scontato, ma penso che sia possibile. Se si accetta che questa prospettiva abbia un senso, possiamo anche immaginare un progressivo aumento della ricchezza. Arrivare a una situazione di rifiuti zero sarebbe o no un aumento della ricchezza? Trovare una cura per tutte le malattie? Arrivare a lavorare tre ore al giorno, come diceva Keynes, quanto amplierebbe il mercato del tempo libero? Eccetera. E se esiste la prospettiva di creare maggiore ricchezza, seppure sempre meno "materiale", ha senso anche stampare carta per superare una congiuntura negativa, perché poi ci sarà il modo di ripagarla.

Il problema centrale, come dice anche lei, è il modello di sviluppo, cioè le scelte da fare, cioè la politica. Non è che io sia ottimista, ma mi sembra che le soluzioni ci siano. Il problema è di perseguirle.

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