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 Etica Riduci

Disuguali di fronte al boia

In linea teorica si potrebbero sostenere argomenti a favore della pena di morte, almeno in casi gravissimi e circoscritti. L’esperienza però ci dice che, anche al di là della volontà e delle intenzioni, i condizionamenti sociali e culturali, persino nei paesi più avanzati sotto il profilo giuridico e delle tutele, finiscono per generare situazioni di ingiustizia


(13 giu 2002 – pubblicato su Summa)


Quello sulla pena di morte è un dibattito complesso che si può svolgere partendo da diversi punti di vista (teorico o pratico, del diritto, dell’etica, della religione, ecc.).

Nell’ultima parte del secolo scorso sono nate numerose associazioni per la sua abolizione o che hanno fatto di questo tema una parte centrale della loro attività. Sono disponibili, dunque, numerosi dati sia statistici che sulla situazione nei diversi paesi del mondo. Cominciamo quindi con l’inquadrare la questione dal punto di vista dei numeri.

Secondo Amnesty International, una delle organizzazioni più diffuse e più attive su questo fronte, nel 2000 (ultimi dati di confronto disponibili) sui 195 Stati sovrani che oggi esistono al mondo sono 72 quelli che hanno completamente abolito la pena capitale; 13 la prevedono solo per reati eccezionali o commessi in tempo di guerra; altri 21 non l’hanno cancellata dai codici ma non praticano esecuzioni da più di dieci anni, e possono quindi essere considerati abolizionisti di fatto. Ne rimangono 89, ma, nota Amnesty, diminuisce ogni anno il numero di quelli che effettivamente la praticano.

La tendenza all’abolizionismo è netta: dal 1976, nota ancora Amnesty, due paesi l’anno in media hanno deciso l’abrogazione e solo  in rari casi questa estrema sanzione viene in seguito reintrodotta: dal 1985 se ne sono verificati solo quattro, ma il Nepal l’ha poi abolita nuovamente, mentre in Gambia e Papua Nuova Guinea non sono state eseguite condanne; solo il quarto paese, le Filippine, ha eseguito una condanna nel 1999.

I più recenti dati di dettaglio disponibili riguardano il 1998. Secondo le notizie che Amnesty ha potuto raccogliere sono state giustiziate almeno 1625 persone in 37 diversi paesi e 3899 sono state condannate a morte in 78 paesi. Ma la stragrande maggioranza delle esecuzioni avviene in un solo paese, la Cina: il 70-80% del totale, oltre un migliaio l’anno. Segue un altro piccolo drappello di paesi che si colloca all’incirca fra 70 e 150 l’anno. Si tratta di Iran, Arabia Saudita, Stati Uniti, Repubblica democratica del Congo, mentre per l’Iraq si sa che la pena viene praticata ma non si hanno notizie precise.

Come si vede è difficile individuare un discrimine rispetto alle istituzioni, alla religione, alla civiltà giuridica, al tipo di cultura: solo con i sei paesi appena nominati si mettono insieme quasi tutte le religioni principali, l’Oriente, l’Occidente e l’Africa, solide democrazie, dittature a base religiosa, sistemi “in transizione”. Nel mondo solo il Vecchio Continente è compatto nell’abolizionismo, anzi, della rinuncia alla pena di morte ha fatto una condizione per poter aderire al Consiglio d’Europa, organismo che non ha grandi poteri né funzioni pratiche, tranne quella, tutt’altro che irrilevante, di essere il primo passo per chi voglia aggregarsi – o comunque avere rapporti più stretti e privilegiati – all’area europea. Non c’è bisogno di dire che anche per aderire all’Unione Europea vale la stessa condizione.

L’Italia è in prima linea in questa battaglia: è stato il nostro paese a prendere l’iniziativa di presentare una mozione contro la pena capitale alla Commissione per i diritti umani dell’Onu, a Ginevra. In seguito, nel giugno 1998, i quindici ministri degli Esteri europei, riuniti a Lussemburgo, si sono schierati compatti per l’abolizione, decidendo di farne un elemento centrale nella politica Ue in materia di diritti umani.

Questa, dunque, la situazione di fatto attuale. Ma quali sono le motivazioni contro la pena di morte, e quali invece quelle per cui circa la metà dei paesi del mondo non ha ritenuto opportuno abolirla (almeno finora)? Considerando, anche, che se si aggiungono i paesi che hanno smesso di applicarla, ma non la cancellano dai loro ordinamenti, si arriva a poco meno dei due terzi del totale.

Nei due schieramenti convivono posizioni e teorie diverse, anche se poi convergono
verso una stessa conclusione.

Per i sostenitori dell’applicazione, il principio etico-giuridico di base è che lo Stato può legittimamente decidere di togliere la vita a una persona. Il motivo per cui lo Stato esiste è di difendere i singoli individui e la collettività, stabilendo regole per la convivenza e i sistemi per farle rispettare. Secondo alcune teorie, la pena di morte si giustifica come “retribuzione” rispetto al reato: quando questo è di una particolare gravità, la morte non sarebbe altro che una reazione morale e giuridica proporzionata, un castigo e non una vendetta. Altri , invece, preferiscono porre l’accento sulla caratteristica di prevenzione: una persona capace di delinquere in modo particolarmente criminoso deve essere soppressa, per impedire che possa nuocere di nuovo agli stessi gravissimi livelli di cui ha dimostrato di essere capace; qualsiasi pena detentiva, infatti, potrebbe ad un certo punto interrompersi, per condoni, amnistie o altri meccanismo previsti dalle leggi. Per altri ancora l’aspetto essenziale della prevenzione sarebbe un altro: l’esistenza stessa della possibilità di essere condannati alla pena capitale costituirebbe un forte deterrente a commettere un certo tipo di reati, limitandoli probabilmente a coloro che agissero sotto un forte impulso emotivo, senza quindi preoccuparsi delle conseguenze. Infine, una sanzione così grave non può non placare il bisogno di rivalsa delle vittime e dei loro parenti, e previene quindi l’eventualità di vendette private o disordini sociali.

Tra gli abolizionisti, invece, molti sono coloro che ritengono comunque sacra e inviolabile la vita umana, motivazione che non è caratteristica solo di alcune religioni ma anche di alcune etiche “laiche”. Nessuno, dunque, nemmeno la legge, potrebbe arrogarsi il diritto di togliere la vita. Altri insistono sull’atrocità della pena, non solo per la sua esecuzione materiale (esistono metodi non “cruenti”), ma per le sofferenze psicologiche che la precedono e che, paradossalmente, sono maggiori nei paesi in cui la legge offre garanzie più elevate, perché tra la pronuncia della condanna e la sua esecuzione possono passare anche moltissimi anni. In questi casi, poi, rincarano gli abolizionisti, quasi sempre si finisce per uccidere una persona molto diversa da quella che, tanto tempo prima, ha commesso il reato.

E ancora: se si accetta il principio che  la pena non deve essere inflitta come vendetta o semplicemente punizione, ma al fine di rieducare e recuperare il colpevole alla società, è ovvio che ne consegue l’incoerenza della pena di morte. Da questo ragionamento, in realtà, consegue anche l’incoerenza del carcere a vita, sulla cui abolizione non si fanno analoghe campagne (in Italia, infatti, anche l’ergastolo è stato abolito).

Gli abolizionisti si appellano poi a ricerche empiriche secondo le quali l’effetto di deterrenza della pena di morte non è suffragato dai fatti. Il Comitato per la prevenzione del crimine delle Nazioni Unite ha per esempio condotto uno studio, i cui risultati sono stati resi noti nel 1988, secondo cui, almeno finora, non c’è una evidenza scientifica del fatto che la pena capitale sia più efficace del carcere a vita nel limitare il numero degli omicidi. Analoghe conclusioni ha raggiunto un altro Gruppo di studio Onu per quanto riguarda il traffico di droga (“Il deterrente più efficace rimane sicuramente la certezza di essere scoperti e arrestati”), mentre, per quanto riguarda il terrorismo, molti criminologi e uomini politici concordano sul fatto che le esecuzioni hanno semmai l’effetto di galvanizzare gli altri membri dei gruppi combattenti e renderli ancora più determinati.

Anche chi ritenesse necessario prevedere questa forma estrema di sanzione, comunque, non può certo prescindere, come prima cosa, dalle condizioni in cui questa può essere comminata. In Cina, per esempio, è prevista per ben 65 diversi reati, tra cui alcuni tipi di reati economici, politici e d’opinione, il commercio di materiali pornografici e l’uccisione di animali considerati sacri. In alcuni paesi la condanna può essere inflitta da un “giudice” religioso, senza possibilità di difesa né di ricorsi, con “processi” che durano pochi minuti. Ma ci sono ricerche che mostrano che anche in un paese ai vertici dell’evoluzione giuridica e delle garanzie personali come gli Stati Uniti le cose possono andare in modo tale da destare perplessità e preoccupazione. Esistono per esempio pesanti indizi del fatto che i fattori razziali possano influenzare le decisioni delle giurie: oltre il 40% dei condannati a morte in Usa sono neri, nonostante che essi rappresentino solo il 12% della popolazione totale; e una ricerca condotta in quattro Stati, che incrocia condanna a morte e razza, mostra che un nero che uccide un bianco ha da 6 a 25 volte più possibilità di incorrere in questa pena rispetto al caso in cui un bianco uccide un nero.

Certo se si restasse sul puro piano teorico e si prescindesse da convinzioni religiose (come dovrebbe accadere, nella ricerca delle migliori soluzioni ai problemi, nelle moderne democrazie laiche), ci sarebbero anche motivi eticamente giustificabili per sostenere l’opportunità della pena di morte, naturalmente nei soli casi di estrema gravità e quando non possano sussistere dubbi di alcun genere sull’effettiva colpevolezza dell’imputato. Per esempio una motivazione economica: tenere una persona in prigione a vita ha un alto costo economico per la società, e, dato che le risorse a disposizione sono sempre inferiori ai bisogni, ciò significa che si sceglie di impiegare somme cospicue di denaro a quello scopo piuttosto che, per fare un esempio, utilizzarle per salvare dalla morte per fame o per malattie facilmente curabili i bambini delle zone più povere del mondo. C’è una componente di ipocrisia nell’affermare che la vita è comunque sacra e non ammettere che si sta comunque facendo una scelta, cioè si sta decidendo di spendere risorse per quello scopo piuttosto che per l’altro. Negli Usa (e anche altrove) possono essere condannate a morte anche persone riconosciute malate di mente e questo è comprensibilmente criticato con ancor maggiore asprezza dagli abolizionisti. Eppure anche in questo caso vale l’interrogativo su quale sia l’utilizzo migliore delle risorse disponibili. Si potrebbe infine obiettare che ci possono essere dei casi in cui lo stesso interessato preferirebbe morire piuttosto che passare in carcere il resto della vita: ma, naturalmente, il diritto al suicidio non è riconosciuto. E questa, se si vuole, è un’ulteriore contraddizione: non riconoscere agli individui il diritto di disporre della propria vita, ma ritenere che possa invece farlo lo Stato.

Quando si tratta di questo tipo di problemi è naturalmente impossibile pensare di poter trarre delle conclusioni “oggettive” e definitive. Limitiamoci quindi a ricapitolare in breve alcune delle cose esposte.

In quasi due terzi dei paesi del mondo esiste ancora la possibilità di condannare a morte. Di fatto, poi, ad utilizzare concretamente questa possibilità sono molti di meno, ed è un numero relativamente ristretto quello dei paesi che fanno un uso regolare e frequente della pena capitale; la storia recente mostra inoltre che esiste una tendenza all’abolizionismo.

In linea teorica si potrebbero sostenere argomenti a favore della pena di morte, almeno in casi gravissimi e circoscritti. L’esperienza però ci dice che, anche al di là della volontà e delle intenzioni, i condizionamenti sociali e culturali, persino nei paesi più avanzati sotto il profilo giuridico e delle tutele, finiscono per generare situazioni di ingiustizia. E questo, da qualsiasi punto di vista ci si voglia muovere, è certamente difficile da tollerare.


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