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 Politica

Il grande intrico della riforma 

Modificare il sistema elettorale è necessario, ma avrebbe senso se il risultato fosse di eliminare i partitini dell'1%; che, però, sarebbero disposti a provocare una crisi di governo per evitarlo. Intanto incombe il referendum

(pubblicato su Eguaglianza & libertà il 18 mar 2007)

La tenuta del governo, la riforma costituzionale, il referendum elettorale: attorno a questi tre paletti si aggroviglia una partita complicatissima e dagli esiti quanto mai incerti. Gli interessi degli attori in gioco – i partiti, ma anche componenti interne ad essi – si compongono in modo diverso a seconda della prospettiva da cui in un dato momento si guarda, e questo rende particolarmente difficile prevedere come possa evolversi la situazione. Cerchiamo di andare con ordine, almeno nell’esposizione dei problemi.

 

La riforma costituzionale, o almeno una riforma del sistema elettorale, è senza dubbio necessaria, visti i risultati del sistema attuale (la famosa “porcata” di Calderoli). Una riforma sensata, però, che sia alla francese o alla tedesca o magari alla neozelandese, non dovrebbe comunque mancare due obiettivi fondamentali: che dal voto esca una maggioranza che abbia un margine sufficiente per governare; e che vengano eliminati dal Parlamento i partitini dell’1% (o dello 0,5!), che oggi godono di un potere spropositato rispetto alla loro rappresentatività. Non è possibile che un governo sia in balìa di un Mastella o rischi di cadere perché un senatore Pallaro è sceso dal letto dalla parte sbagliata.

 

Il problema è che su una legge che risolva questi problemi una maggioranza potrebbe esserci, ma non la stessa che sostiene il governo. E’ chiaro che i partiti maggiori possono arrivare a un accordo, ma è altrettanto scontato che i “piccoli” non ci starebbero e, pur di evitare una cosa simile, metterebbero in crisi il governo: proprio Mastella lo ha detto esplicitamente in una intervista a Repubblica. Oggi i partiti rappresentati in Parlamento sono 21 (o 23? Ho perso il conto!). Con uno sbarramento al 5%, alla tedesca, ne rimarrebbero solo sei. Si può scommettere che gli altri 15 non gradiscono.

 

Fosse tutto qui, a Prodi basterebbe fare “melina”, trascinando la riforma fino a qualche mese prima della scadenza della legislatura. Ma non può, per due ragioni. La prima è che, come si è visto, in questa situazione il governo è sempre in bilico. Sulla politica estera o sui Dico oggi, e magari domani sulle pensioni o sulla Tav, in Senato potrebbe andare sotto di nuovo, e la seconda volta sarebbe più complicato mettere insieme i cocci. La seconda è che incombe il referendum che, abrogandone alcune parti, modificherebbe – sempre che avesse successo – la legge elettorale senza bisogno del passaggio parlamentare. Le modifiche referendarie manterrebbero il sistema bipolare, ma abolendo il “trucco” per cui basta che un partitino faccia parte di una coalizione per vanificare le soglie minime per ottenere una rappresentanza parlamentare. Queste soglie – che sono del 4% per la Camera e addirittura dell’8 per il Senato – comincerebbero dunque a “mordere” davvero. Inoltre verrebbe incoraggiata la formazione di grossi partiti, perché il premio di maggioranza non sarebbe più a favore della coalizione vincente, ma del partito che ottiene più seggi. E’ evidente che i partiti minori vedono questa eventualità come il fumo negli occhi, mentre non dispiace né a Ds e Margherita (avviati alla formazione del Partito democratico) né a Forza Italia, che ha un progetto simile a cui però, al momento, sembra che abbia possibilità di aggregare solo il partito di Fini e qualche altro scampolo di minima rilevanza.

Del resto, nel comitato promotore del referendum compaiono esponenti di tutti e quattro i maggiori partiti, tanto che la Lega, nell’incontro con Prodi, ha posto come condizione per proseguire la trattativa sulla riforma che tutti gli esponenti di Fi, Ds, Margherita e An abbandonino il comitato.

 

Le riforme elettorali, è bene dirlo esplicitamente, non sono elaborazioni tese astrattamente a far funzionare al meglio che sia possibile un sistema politico. Sono uno strumento che condiziona il risultato del voto, quindi ogni protagonista cerca di orientarle verso il proprio massimo vantaggio. Se la riforma fosse attuata da un governo di “Grande coalizione” – non a caso fortemente avversato dai partiti minori – ne uscirebbero certamente regole che mettono fuori gioco i partitini.

 

Per il centro sinistra, però, il prezzo sarebbe davvero molto alto: fine dell’esperienza di governo prima che si possano raccogliere i frutti del risanamento, che oltretutto gli ha fatto perdere pesantemente popolarità, il che non è certo un buon viatico per una vittoria elettorale; e scontro di nuovo con Berlusconi, che invece, se la legislatura avesse la sua durata naturale, tra quattro anni sarebbe probabilmente fuori gioco per banali ragioni anagrafiche.

 

Il Cavaliere continua a chiedere elezioni subito proprio per questo, e perché teme che venga approvata la riforma Gentiloni che limiterebbe – anche se non in modo decisivo – il suo strapotere mediatico. C’è da sperare che a nessuno, nel centro sinistra, venga in mente di usare la riforma come merce di scambio politico: sarebbe davvero troppo.

 

Al momento è davvero difficile capire quale potrà essere lo sbocco di questo grande intrico. Di certo, l’interesse del centro sinistra sarebbe quello di guadagnare più tempo possibile. Magari farebbero bene a pensarci i componenti del comitato per il referendum: la raccolta delle firme non è ancora iniziata, e forse sarebbe il caso di non affrettarsi troppo.

 


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