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 Economia Riduci

La Torino-Lione
non vale una guerra

Tutte le infrastrutture sono utili, ma che questa sia prioritaria è assai dubbio. Però la maggioranza dell'opinione pubblica è per il completamento e soprattutto per fermarla si dovrebbe trovare un accordo con Francia e Ue. Infine, il costo non giustifica uno scontro che la fa sembrare una questione di vita o di morte. Si decida in fretta in un senso o nell'altro e si dedichino le energie a problemi più importanti

(pubblicato su Repubblica.it il 14 mar 2019)

Manco fosse una mega-centrale nucleare sotto casa: la guerra sulla linea ferroviaria Torino-Lione ha superato qualsiasi altra protesta per un’opera pubblica e non solo, persino quelle contro il ponte sullo Stretto.

Una guerra non giustificata dal costo dell’opera, tutto sommato non enorme rispetto a tante altre, specie dopo le modifiche apportate nel corso del tempo al progetto originario (di quasi trent’anni fa!). E però, sempre di qualche miliardo si tratta: oggi si parla di circa 5, ma quanti lo sapremo solo alla fine, visto che è consuetudine che i costi previsti all’inizio, specie per le grandi opere, lievitino anche del doppio o del triplo a causa di varianti o imprevisti.

Sono soldi spesi bene? E’ un’opera inutile? Questa seconda domanda non è decisiva. Qualsiasi infrastruttura è più o meno utile. Questa probabilmente non lo è molto, se è vero che il famoso “corridoio” Lisbona-Kiev sembra tramontato, sia perché tanto a est quanto a ovest c’è chi si è tirato fuori dal progetto, sia perché esiste già un’alternativa, Lione-Monaco di Baviera-Berlino-Kiev; infine, perché i volumi di traffico, attuali e previsti, non sarebbero tali da giustificare l’investimento.  E infatti la Francia ha definito “non prioritario” l’adeguamento della linea dalle Alpi a Lione, e ha rinviato al 2039 la decisione se farla o meno. Lasciamo poi perdere le analisi costi-benefici: posto che non siano orientate per ottenere il risultato desiderato, hanno lo stesso valore delle previsioni economiche, che abbiamo visto quanto ci azzeccano.

Prevalgono a questo punto gli aspetti politici, sia interni che internazionali. Quanto a questi ultimi, l’Italia ha preso degli impegni sia con la Francia che con l’Ue. Ora il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha chiesto di ridiscuterli, ma se gli altri contraenti non cambieranno idea non faremmo una bella figura a disattendere gli accordi presi.

Riguardo al contesto italiano, i sondaggi danno in netta maggioranza i favorevoli al proseguimento: il 60% o più, mentre i contrari sono al 20% o meno. E questo nonostante che – secondo un altro sondaggio – siano pochissimi coloro che la ritengono un’opera di importanza prioritaria, meno del 10%. Tra le forze politiche solo i 5S sono per il no, mentre tutto il mondo dell’imprenditoria è scatenato per il completamento. Il presidente della Confindustria Vincenzo Boccia è arrivato a sostenere che sono in ballo 50.000 posti di lavoro: un numero del tutto improbabile, è certamente più vicino alla realtà un decimo di quella cifra. Ma la Confindustria non è nuova ai voli pindarici: ai tempi del referendum costituzionale diffuse uno studio secondo cui, se avesse vinto il “no”, la terra si sarebbe aperta per inghiottire tutto il paese. Abbiamo visto poi com’è andata.


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