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 Finanza Riduci

Tre schiaffi alle banche 


Cardia, Draghi, Padoa Schioppa: per la prima volta le maggiori istituzioni di controllo prendono decisamente le parti dei clienti. Il motivo c'è: tutto è cambiato nel mondo del credito

 

(pubblicato su repubblica.it e kataweb.it l’11 lug 2007)

 

Non un “uno-due micidiale”, come si dice di solito, ma addirittura un “uno-due-tre”: nel giro di tre giorni le banche hanno incassato un uppercut, un diretto e un gancio nientemeno che dal presidente della Consob, dal governatore della Banca d’Italia e dal ministro dell’Economia. Le accuse sono sempre le stesse: spellano i clienti con costi e commissioni troppo care, si fanno poca concorrenza, spesso difettano di trasparenza, altrettanto spesso badano ai loro interessi a danno di quelli del cliente. Non era mai accaduto che le aziende di credito fossero sottoposte a un tale fuoco di fila di critiche da parte delle autorità che istituzionalmente le controllano. La consuetudine era che sulle vere e proprie prepotenze a danno dei clienti queste autorità chiudessero un occhio (o magari tutti e due), salvo qualche richiamo – ma in sede riservata, mai in pubblico – per i casi più scandalosi.

 

Come mai all’improvviso si scopre che ci sono aspetti criticabili nel comportamento delle banche, su pratiche che per la maggior parte sono la normalità da almeno cinquant’anni? La risposta non è scontata. Sono cambiate le persone ai vertici delle istituzioni, certo, e questo ha pure la sua importanza; ma soprattutto è cambiato il mondo, sia quello del credito che più in generale della finanza.

 

Fino a buona parte degli anni ’80 il sistema creditizio italiano era in sostanza un pezzo del settore pubblico. Non solo per la forma giuridica e la proprietà delle banche (riconducibile a qualche forma di controllo pubblico per oltre il 95%), ma anche per le regole che erano tenute ad osservare. Salvo eccezioni per le più grandi (tutte pubbliche) potevano operare solo in un determinato territorio; l’apertura di nuovi sportelli doveva essere chiesta alla Banca d’Italia, che varava un “piano sportelli” ogni due anni e li concedeva con il contagocce (quindi, niente concorrenza); le operazioni sopra un certo importo dovevano essere autorizzate dalla sede provinciale della Banca d’Italia (quindi, niente autonomia); esisteva il “vincolo di portafoglio”, cioè l’obbliga di investire in determinati tipi di obbligazioni pubbliche. In pratica, un’organizzazione simile a quella del ministero dell’Interno con le Prefetture: al centro Bankitalia e sul territorio tante banche controllate passo passo. A ciò si aggiungano i limiti ai movimenti dei capitali: forse molti non lo ricordano, ma fino all’inizio degli anni ’90 investire all’estero era un reato.

 

Tutto questo comincia a cambiare ai tempi di Carlo Azeglio Ciampi e sotto l’impulso di ministri del Tesoro come Beniamino Andreatta e poi Giuliano Amato. La prima mossa è l’abolizione delle limitazioni territoriali, seguita da una progressiva liberalizzazione dei nuovi sportelli; si passa dai controlli diretti (cioè sulle operazioni) a quelli indiretti (cioè sulla salute generale dei conti, garantita da ratios patrimoniali che peraltro sono stabiliti in sedi internazionali). Con la famosa riforma Amato le banche diventano società per azioni, che quindi si possono quotare in Borsa e procedere più facilmente a fusioni e acquisizioni. Soprattutto, diventano private, cioè di proprietà di investitori che vogliono che il capitale investito frutti loro il più alto guadagno possibile. La proprietà pubblica non aveva questo problema: la missione da perseguire era solo di assicurare il credito necessario al funzionamento dell’economia, e pazienza dunque se l’utile non era granché.

 

Nel frattempo anche nella finanza avviene una rivoluzione epocale. Si liberalizzano completamente i movimenti di capitale, irrompe la globalizzazione e lo sviluppo e la diffusione dell’informatica permettono di creare una quantità enorme di strumenti finanziari che fino a pochi anni prima nessuno si sognava. Per la prima volta in una prova di forza tra speculatori di mercato e banche centrali sono i primi a stravincere: è la grande crisi monetaria del ’92 che in pratica distrugge lo Sme, il Sistema monetario europeo antesignano dell’euro. Questa rivoluzione arriva anche al “consumatore al dettaglio”, con la nascita di un gran numero di strumenti finanziari, quasi sempre impossibili da controllare per chi non abbia una formazione specifica e un computer, che dilagano specialmente quando il crollo dell’inflazione mondiale riduce ai minimi termini i rendimenti di titoli di Stato e obbligazioni “normali”.

 

Un aspetto, quest’ultimo, del tutto trascurato dalla Banca d’Italia, tutta concentrata sull’evoluzione del sistema creditizio e assolutamente assente dalla tutela dei risparmiatori (se non per la garanzia sui depositi: come nel passato, appunto). E sì che il Testo unico sulle leggi bancarie sottrae a qualsiasi altra vigilanza le obbligazioni  emesse dalle banche, una norma rimasta in vigore fino a pochi mesi fa.

 

Le banche, dunque, ormai private, rimpinguano i loro bilanci sia facendo pagare ai prezzi più cari d’Europa la normale gestione di conti correnti e operazioni connesse, sia vendendo ai clienti prodotti difficilmente comprensibili, di problematica valutazione del rischio, ma sicuramente molto redditizi per le banche stesse.

 

La musica (istituzionale) comincia a cambiare con l’arrivo di Mario Draghi in via Nazionale. Draghi ha un curriculum da grand commis, essendo stato per oltre dieci anni direttore generale del Tesoro, ma è anche un economista di vaglia e uno che è stato ai vertici della grande finanza internazionale. Conosce bene la differenza tra profitto e rendita: il primo è la giusta remunerazione di un’attività richiesta dal mercato, la seconda è un guadagno eccessivo consentito da condizioni particolari, come lo strapotere del venditore sul compratore o gli accordi implici (ma a volte anche espliciti) tra venditori. Il profitto è necessario, la rendita danneggia non solo i consumatori, ma tutta l’economia, perché distorce l’allocazione più efficiente delle risorse e spegne gli stimoli di chi ne usufruisce a innovare, razionalizzare e migliorare i servizi. Fin dalle sue prime “Considerazioni finali” Draghi comincia a battere su questo tasto. Lo fa, con ancor maggiore decisione, nelle “Considerazioni” di quest’anno e aumenta ancora i toni ora all’assemblea dell’Abi.

 

Sono probabilmente analoghe le motivazioni che hanno spinto Lamberto Cardia, il 9 scorso, a svolgere la relazione annuale più “consumeristica” della storia della Consob; e quelle del ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa, che all’assemblea dell’Abi ha aggiunto il suo carico alle osservazioni di Draghi. Quanto al ministro per lo Sviluppo, Pier Luigi Bersani, lo aveva detto chiaramente varando le sue “lenzuolate” di liberalizzazioni.

 

La teoria economica ci appare spesso come quella cosa che giustifica il fatto che pochi si arricchiscono mentre i più faticano a sbarcare il lunario. Almeno stavolta, per fortuna, è dalla parte della maggioranza.


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