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 Politica Riduci

Tre candidati per una corsa in salita

 

Dario Franceschini, Pier Luigi Bersani, Ignazio Marino: in lizza per la segreteria di un partito da reinventare. Che Pd sarebbe, nei tre diversi casi? Proviamo ad esaminare gli elementi di cui finora possiamo disporre

 

(pubblicato su Eguaglianza & libertà il 4 lug 2009)

 

Dario Franceschini, Pier Luigi Bersani, Ignazio Marino sono in lizza per la guida del Pd. Un Pd da cui molti, negli ultimi tempi, si sono allontanati, che non ha convinto e non convince, ma che resta il perno fondamentale di qualsiasi alternativa al governo della destra. La  sua evoluzione – o involuzione – non può dunque essere seguita che con il massimo interesse da chiunque abbia a cuore quella prospettiva.

 

Che Pd sarebbe, nei tre diversi casi? Non è facilissimo capirlo. Sia perché più dei discorsi programmatici contano le scelte concrete, nel momento in cui è necessario farle, e spesso le due cose non sono risultate in linea. Sia perché il segretario, per quanto possa essere forte e “decisionista”, è condizionato dalla “sua maggioranza”, dallo schieramento interno che lo ha fatto eleggere. Proviamo ad esaminare i segnali di cui finora possiamo disporre.

 

Dario Franceschini ha preso in mano un partito allo sbando e si è dimostrato migliore di quanto ci si potesse aspettare dal “vice disastro”, come lo ha subito amichevolmente definito il giovane e rampante Matteo Renzi, neo sindaco di Firenze. Ha condotto un’opposizione dignitosa al governo, ha ottenuto un risultato elettorale non disprezzabile e comunque il migliore in cui si potesse sperare. E’ un cattolico non integralista, che ha votato contro il famigerato “decreto Englaro” al contrario di parecchi suoi compagni di partito (da Rutelli a Enrico Letta a Fioroni). Ciò che non è ancora ben chiaro è se si muova ancora nella prospettiva politica disegnata da Veltroni e che l’ex segretario ha appena pervicacemente indicato come l’unica strada possibile per il partito: sistema politico basato sul bipolarismo (quindi necessariamente di tipo maggioritario), in cui il Pd rappresenta uno dei poli ed è dunque la formazione in cui tutte le altre opposizioni devono necessariamente convergere. Una formazione genericamente “progressista” (“riformista, non di sinistra”, secondo la formula dello stesso Veltroni) che, perseguendo la vocazione maggioritaria, accetta al proprio interno – ed anzi va a cercare – persone le cui posizioni progressiste sono sfuggite ai più, come l’ex leader della Federmeccanica Massimo Calearo e l’integralista cattolica Paola Binetti. In più, una concezione dell’opposizione improntata al fair play, in cui si cercano i possibili compromessi con la maggioranza (con questa maggioranza!) piuttosto che propugnare una linea diversa e alternativa.

 

Questa politica ha collezionato in un breve lasso di tempo un impressionante volume di fallimenti, di cui quello elettorale è solo la manifestazione e persino il meno preoccupante. Quanto è distante Franceschini da questa linea? Non molto, sembra. Anzi, sia pure con accenti diversi da quelli di Veltroni se ne presenta come il continuatore. Se nel seguito del dibattito pre-congressuale questa linea dovesse essere confermata, pur con tutto il rispetto e la stima che meritano queste due persone non si può non dire, però, che questa è la linea del “disastro”.

 

Pier Luigi Bersani è un personaggio solido. La natura non gli ha regalato una grande carica carismatica, ma il modo in cui ha svolto i suoi incarichi gli ha dato comunque una popolarità non indifferente. Lo prova il fatto che a lui è legato un neologismo: le famose “lenzuolate” di liberalizzazioni. Forse non incisive fino in fondo, ma l’unico atto del passato governo di centro sinistra che ha coniugato innovazione e popolarità, l’unico in grado di competere con il marketing politico della destra che infatti ha attaccato quei provvedimenti ferocemente ma inutilmente (dal punto di vista dell’effetto sull’opinione pubblica).

 

Bersani viene dalla sinistra “storica” e, vivaddio, non se ne vergogna. “Per me il Pd è un partito del lavoro, laico, popolare, che sta là dove stanno i partiti progressisti, socialisti, liberaldemocratici”, un partito “non classista, non populista, capace di elaborare linguaggi legati alla vita reale, che renda concreta l’idea di uguaglianza”, ha detto nel discorso con cui ha presentato la sua candidatura. E’ stato presidente dell’Emilia-Romagna, la regione simbolo, da sempre, della buona amministrazione della sinistra. Non pensa che tutta l’opposizione debba concentrarsi nel Pd: “Da soli non si può fare nulla. La vocazione maggioritaria non può lasciare immaginare un ruolo esaustivo per il Partito democratico".

 

Il suo handicap è di essere percepito come il candidato della nomenklatura del partito, e prima di tutti di quel Massimo D’alema che la metà del potenziale bacino elettorale apprezza, mentre l’altra metà vorrebbe che sparisse. D’Alema è senza alcun dubbio un politico di razza ed è dotato di un’intelligenza non comune, ma queste qualità gli hanno permesso di vincere le sue battaglie all’interno del partito, ma mai nel campo elettorale.

 

Ora, l’accusa a Bersani di essere “un uomo di apparato” non è ingiusta: è sciocca. Dove mai dovrebbe formarsi, il personale politico, se non - anche - nei partiti? L’importante è che non ne venga caratterizzato con gli aspetti più deteriori (come, per esempio, una certa estraneità ai problemi concreti dei cittadini, o una tendenza a far prevalere le manovre che tendono ad obiettivi più utili per il partito e i suoi membri che per la collettività). Bersani non sembra contagiato da queste sgradevoli caratteristiche.

 

Quello che è meno chiaro è quanto sia in grado, se dovesse risultare eletto, di essere davvero autonomo rispetto al gruppo che ne sostiene la candidatura. “Ho in mente un partito nel quale c'è rispetto per la generazione precedente”, ha detto ancora nel suo discorso. E il rispetto va benissimo, ci mancherebbe altro. E ancor meglio se questa frase significa, come sembra, che la tradizione della sinistra riformista non è da buttar via. Però quella è una generazione che ha sbagliato. La sua esperienza resta preziosa, ma a patto che si limiti al parere e non al potere. Bersani dovrebbe dire con maggiore chiarezza in che cosa sarà diverso dai suoi predecessori.

 

Ignazio Marino è indubbiamente la novità più importante di quest’ultimo periodo, un “candidato di svolta” come chiede una parte non piccola del partito e una parte ancora maggiore dei suoi potenziali elettori. Marino è un cattolico laico, e dunque si inserisce in una tradizione da cui sono uscite alcune figure tra le migliori del personale politico italiano, da De Gasperi a Moro. Cattolici non clericali con senso dello Stato e rispetto per chi appartiene ad altre culture. La sua battaglia sui problemi del “fine vita” gli ha guadagnato l’apprezzamento e la stima di una larga fascia di cittadini, probabilmente anche al di là dei confini dello schieramento a cui appartiene. E’ uno scienziato di prestigio che ha dimostrato il suo valore con una brillante carriera.

 

Per il resto, però, è ancora un oggetto misterioso. Si conoscono e si apprezzano le sue posizioni sui problemi etici, sulla scienza, sulla scuola e l’università. Poco o nulla ancora si sa sulle sue idee rispetto ai problemi dell’economia, del sistema politico-istituzionale, delle alleanze, dell’organizzazione sociale. C’è un’ombra anche su di lui, anzi, dietro di lui. A quanto pare è affiancato da Goffredo Bettini come consigliere politico. Bettini, lo stesso di cui si diceva che fosse l’eminenza grigia di Veltroni. Anche in questo caso, nessun giudizio sui meriti della persona: che appare però legata, molto strettamente legata, alla fase del “disastro”. Scegliere un personaggio davvero nuovo potrebbe essere una buona opzione. Ma senza zavorre di una passato che, per quanto recente, sarebbe bene dimenticare assai più di quello più remoto.


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